top of page

Umbertide

history and memory

  • Youtube
  • Facebook
  • Instagram
  • cinguettio

Via XX settembre e la Maria de Baruffi

di Guido Lamponi

di Guido Lamponi


Da bambino abitavo in via XX settembre, nel Palazzo chiamato delle "Ceramiche". Si giocava lungo la via perché le auto erano un privilegio per pochi e questo, per noi bambini, era un grosso regalo. Si giocava anche nel piazzale, un piccolo e meraviglioso spazio a nostra disposizione. Lì, ricordo le soventi cadute per imparare ad andare in bicicletta. Le bici che le donne lasciavano appoggiate lungo il muro e di cui noi bambini diventavamo i padroni. Si imparava velocemente perché quando l'equilibrio veniva a mancare, la bici non avendo la canna ci permetteva di atterrare scendendo al volo dal sellino. Nonostante le disastrose cadute, che hanno lasciato i loro segni, rivivo quei momenti: stupendi, spensierati e belli, perché poi, dopo aver domato la bici, era bello scorrazzare lungo la via pedalando, senza mani con le braccia come ali, lasciando libero il manubrio. Giocavamo con Antonio e Francesco “il maestro”, anche se erano più grandi di noi. Poi c'erano Silvano, Francesco, Fausto, Gianni, Claudio e tanti altri che si univano a noi. C'era Mario, l'Anna e l'Adriana che abitavano di fronte. Spesso andavo a vedere il telefilm di Hitchcock, insieme al loro babbo Franco al quale dicevo spesso che da grande sarei andato a lavorare in Comune con lui. Più su, all'ultimo piano abitavano 1'Annita, la Carla e la Lili che andavo spesso a trovare gustando una bella fetta di dolce. Da li si poteva accedere ad un lungo terrazzone, color verde chiaro, al termine del quale abitavano Peppe e la Maria. Davanti alla piccola porta di casa c'erano tante belle “cocce” di fiori, ma una era terribile perché quando invadevi il suo territorio lasciava nelle gambe, scoperte dai pantaloncini, tante e invisibili spine che oltre a provocare un forte bruciore, diventavano un'impresa da togliere.

Immancabile l'appuntamento con Giorgio a casa sua per vedere la puntata di Tarzan. C'era la Tecla, mentre Antonio era al lavoro, così Luigi e Roberto. Era fantastico e arrivavo prima del tempo, perché era bello vedere l'inizio della trasmissione RAI che, oltre a sentire quella musica speciale, si vedevano scorrere quelle immense antenne fino a quando compariva la sigla e iniziava il telefilm di “Tarzan”, che con quel suo sbalorditivo urlo e quel suo coraggioso e perfetto tuffo incantava noi bambini. E nel frattempo Tecla ci preparava la merenda.

Alla stesso piano, in fondo al terrazzo, abitavano Giancarlo, sua sorella Dina e la loro zia Rosina che durante l'estate, mentre giocavamo, faceva calare dalla terrazza un cestino, legato con un cordina, stracolmo di fiori di spighe, gli odierni “pop corn”, che noi bambini mangiavamo con tanta avidità. Erano numerose le famiglie del palazzo e delle palazzine all'interno della piazzetta, ma la cosa eccezionale, che al giorno d'oggi è diventata rara, è che eravamo tutta una grande famiglia. Giancarlo era più grande di noi ed era molto bravo nell'intagliare il legno con cui costruiva coltelli, pugnali favolosi e altro. Ci faceva fare delle gare di resistenza e di forza premiando il vincitore con questi stupendi cimeli.

In una gara ci sollevava, prendendoci per i fianchi, per poter afferrare un'asticella di ferro che faceva parte della struttura ad arco sopra al portone. Poi, quando immobili restavamo a “penzoloni”, ci dava il via contando le volte che si riusciva a portare il mento all'altezza del ferro. Ho custodito per diversi anni un pugnale che mi diede Giancarlo, un ricordo sempre indelebile e vivo.

Anche Luigi e i fratelli Mauro, Sergio e Franco ci facevano gareggiare, non nella piazzetta ma alla Pineta. Per noi bambini andare alla Pineta era un evento eccezionale perché lo vedevamo un luogo molto lontano. Il paese arrivava su per via Roma, fino a “Peppoletta”.

Più avanti, al posto della rotonda che vediamo oggi davanti al Bar, c'era la casa colonica del Caldarelli poi solo campagna. Arrivati in Pineta la prima cosa che si faceva era scorrazzare lungo la via e giocare intorno ai pini. Poi iniziavano le gare: la corsa, i salti e ricordo che, con un bastone ben fatto, anche il lancio del giavellotto. Per noi bambini quella mattinata era proprio una “manna”, una vera ricchezza, e al ritorno, nei nostri volti, oltre al “colorito rossastro” regalatoci dall'aria “fina” e profumata dai pini, si potevano leggere segni di felicità perché le nostre tasche erano piene di pinoli che allora ricoprivano il manto della pineta. Erano squisiti quei pinoli che schiacciavamo con tanta delicatezza per non rovinarli, per poter poi togliere la pellicola che li avvolgeva e aspettare di averne una buona manciata per masticarli e gustarli tutti insieme. Intanto le nostre dita si tinteggiavano di una polvere nera come la fuliggine. Indimenticabile il gusto, il nettare delle favolose “perine” di un colore e un sapore che oggi non vedo e non gusto più, che ci donava giornalmente la Peppa, colte fresche dal suo incredibile e gigantesco albero, che si trovava all'interno del suo giardino. Non dimentico neanche le gustose e succulente pesche della Signora Molinari che coglieva dal suo alberello, proprio davanti casa, al pian terreno.

Giù nel cortile, all'entrata di quel portone dove si facevano le gare, in un fondo, viveva un uomo molto anziano al quale noi bambini facevamo incoscientemente e bonariamente i dispetti. Era Benvenuto, cosi si chiamava. Quando, dal suo fondo, usciva nella via, ci mostrava minaccioso il suo bastone, ma ora capisco che fingeva perché i nostri innocenti scherzi, a nostra insaputa, lo stuzzicavano, lo scuotevano e lo facevano sentire vivo. Allora, il rispetto e l'educazione nel confronti delle persone, soprattutto anziane, era la prima regola da osservare. Vicino alla sinistra di Benvenuto, in un ricordo un po' velato, mi sembra di ricordare ci fosse la casa della Deiva che quando faceva la pasta, al mio arrivo, ne “staccava” con un coltello un piccolo pezzo dall'impasto, con movimenti rapidi avanti e indietro creava un grosso e lungo lombrico dal quale poi formava un anello che metteva a cuocere sopra la stufa per essere poi da me divorato. Era il famoso bilìco. Non dimentico l'abitazione al piano terra della casa dell'Adele e della Benilde. La Marcella non faceva mai mancare loro un piatto caldo e confortevole.

Ricordo che quando ci trasferimmo in via Ranieri la nonna mi faceva portare loro il suo gustoso e gradito minestrone. Chiedevo sempre una marmitta grande per evitare di perdere la preziosa vivanda per strada, perché la portavo con i pattini. Il percorso iniziava da Via Ranieri, Via Scagnetti, Via Unità d'Italia, Via Andreani, Via XX settembre, il piazzale, fino al portone. Entravo in casa chiamandole e due voci fioche, una sopra l'altra, che provenivano dalla stanza che sussurravano: “lascia tal tavolino...”. Felice, prendevo la marmitta vuota e lasciavo quella fumante... sul tavolo.

Uscendo dal cortile, a sinistra, davanti alla via c'è ancora il maestoso glicine, contornato ai piedi da alcuni restanti pezzi di usurati e scoloriti mattoni. Nonostante il suo tronco sia segnato dall'inevitabile lento e continuo logorio del tempo, è ancora forte e rigoglioso e capace nella bella stagione di dare alla luce quei lunghi grappoli di fiori che sprigionano il loro particolare e fragoroso profumo. Questa fragranza suscita i ricordi spensierati, la gaiezza e lo stupore della fanciullezza.

Alla destra del glicine lavorava Gigetto, mentre alla sinistra c'era l'abitazione della Maria de Baruffi. La Maria era una donnona robusta e molto forte, soprattutto nella braccia. Faceva parte delle “lavandaie”. Le chiedevo spesso di portarmi con se al Tevere, e spesso acconsentiva dicendomi: “Basta che stè bono e che me dè retta!” L'adrenalina andava a mille, quando la mattina partivo con la Maria de Baruffi insieme al suo carrettino colmo di lenzuola, i panni da lavare e i1 secchio della cenere, il detersivo di allora. Immancabile era la cassetta contenente la “paglia” che le lavandaie sistemavano sopra una pietra per dare un po' di conforto alle ginocchia durante il duro lavoro.

Si arrivava sotto il ponte dove, anche oggi, si ammassano detriti e tronchi trascinati dalla corrente. Allora ci pensavano gli uomini, anzi facevano a gara a chi arrivava per primo per recuperare, con lunghe e solide corde, quella preziosa legna che riscaldava le case durante i freddi inverni. Ognuno legava saldamente al tronco conquistato, con una cordicella, un mattone diverso dagli altri, per indicarne la proprietà. I giorni successivi con seghe, accette, mazze, zeppe e attrezzi di vario genere, i tronchi venivano spaccati. Con un solido carrettino, costruito con le proprie mani, con ferri, tavole e ruote recuperate qua e là, portavano nella propria casa il pregiato carico. Quindi, il ponte era libero e l'acqua poteva scorrere tranquillamente tra un arco e l'altro, lasciando spazio alle “lavandare” che oltre a “strapazzare” i panni cantavano in coro belle canzoni.

La stagione era bella, era estate e lungo l'argine del Tevere l'acqua era bassa e la corrente non era forte. Sulla sponda opposta osservavo i maestosi pioppi, gli albaroni che, sfiorati da un fievole e leggiadro venticello, mettevano in moto le foglie che iniziavano a danzare e a cantare, mentre delicatamente i ramicelli più alti e più fini facevano solletico al cielo. I pioppi davano spettacolo anche quando liberavano quei batuffoli bianchi, simili a grosse “pancelle” di neve, che tanto numerosi, posandosi a terra, imbiancavano il patollo, rendendolo, fuori stagione, un paesaggio invernale. Sul fiume, dove affioravano i sassi, facevano balzare dall'acqua tante bollicine di svariate dimensioni che, bagnate dai raggi del sole, creavano tanti piccoli e bizzarri arcobaleni.

La Maria, scalza, scendeva in acqua e si metteva in ginocchio sulla pietra con la paglia. Poi sistemava un po' alla volta, vicino a sé, i panni sbattendoli e strigliandoli e pressandoli fortemente con le sue possenti braccia sopra una larga e liscia pietra già pronta e ben sistemata al lato del fiume. Intanto, io mi divertivo con un fazzoletto annodato ai quattro lati ad immergerlo in una pozzanghera dove erano rimasti intrappolati alcuni minuti pesciolini. Tirando su il mio piccolissimo “gualandro”, mentre l'acqua scompariva dal fazzoletto, apparivano luccicanti, increduli e disperati pesciolini che si sbattevano in un mondo diverso dal loro. Freneticamente li ponevo dentro un barattolo già pronto con la loro acqua. Curioso contavo quanti ne avevo catturati, ma i loro guizzi e i repentini cambi di velocità me lo impedivano. Poi chiaramente erano liberi, anche dalla pozzanghera. Ogni tanto la Maria fra un lenzuolo e l'altro buttava uno sguardo verso di me. Ricordo una mattinata di grandi risate, quando al Tevere, insieme alla mia fantasia, portai un lungo spago legato al gancio della mia piccola gru. La Maria stava caricando tutto, il lavato ben strizzato dentro le ceste, e ogni tanto si piegava sopra il carretto per ben sistemarle. Io cercavo di fare i miei ultimi lanci con quella canna fatta con un venco del Tevere, con lo spago e il gancio della grù. Chissà che pescione sognavo di prendere! Mentre stavo preparandomi al lancio, sentii che il mio gancino si era bloccato agganciando qualcosa. Nello stesso tempo, urla e imprecazioni mi aggredirono accompagnate da un forte tono di voce. Rimasi a bocca aperta vedendo la Maria a culpulzoni con la complicità del mio gancio che inesorabilmente si era conficcato sul suo vestito e che continuava, dimenandosi, a dirmele di tutti i colori. Era disperata perché da sopra il ponte alcuni passanti stavano vedendo e commentando, accompagnati da grande risate, i suoi mutandoni bianchi e candidi come la neve con tanto di merletti e ricami.

Rimasi bloccato, ma la Baruffa riuscì finalmente ad abbassare con veemenza il suo vestito strappandomi dalla mano la mia fantastica canna. Il ritorno a casa fu un calvario. “Che vergogna non te porto più via ecc…”.

Alcuni giorni dopo, calmate le acque, chiesi alla cara e indimenticabile Maria de Baruffi “Maria me ci porti al Tevere?” e lei mi rispose con dolcezza: “basta che fè quattro nodi tal fazzoletto e stè bono”.


Articoli pubblicati su “Informazione locale” – Aprile e Maggio 2022



Le foto sono dell’Archivio fotografico del Comune di Umbertide, dell’Archivio fotografico di Corradino Corradi e dell’Archivio fotografico personale di Fabio Mariotti


Via XX settembre ricorda un evento storico: la “Breccia di Porta Pia” del 20 settembre 1870 quando le truppe italiane, al comando del generale Cadorna, superati i confini dello Stato Pontificio, entrarono in Roma annettendola al Regno d’Italia.




15/06/26

Via XX settembre e la Maria de Baruffi
bottom of page