history and memory
Il "Botonaro"
di Guido Lamponi
di Guido Lamponi
Strabiliante è il potere della memoria: basta un odore, un suono, un profumo e riaffiorano immagini, volti ed emozioni. Per noi bambini al termine della scuola giugno significava anche andare al mercato e curiosare tra i banchi, tra gli ambulanti, uno spiccava più di tutti: Renato Bottaccioli, per gli umbertidesi semplicemente il "Botonaro". Eccentrico, simpatico, creativo e dalla voce inconfondibile, Renato attirava l'attenzione con la sua vivace dialettica. Discuteva, dissentiva, argomentava con passione, mostrando quella personalità forte e libera che lo avrebbe sempre contraddistinto.


Amava dipingere, pescare e, soprattutto, amava la vita. Aveva iniziato vendendo lamette con un'Ape 400 e l'immancabile microfono. In seguito costruì con le proprie mani un piccolo banco, che sistemava in vari punti del paese, in particolare vicino al ponticello sulla "Regghia", sempre accanto alla sua amata Christel, che chiamava affettuosamente la sua "Bionda Teuta".

Con voce squillante intonava il suo celebre ritornello: "Barba, barbedure, barbe ispide, barbe delicate, pelli screpolate. Rhur, lamette: un nome, una garanzia!". D'estate indossava camicia e pantaloni corti verde militare, larghe bretelle, un cinturone con un luccicante medaglione e calzettoni fino al ginocchio. Una figura impossibile da dimenticare.

Dietro quel personaggio però si nascondeva una storia straordinaria. Durante la guerra Renato fu fatto prigioniero e deportato in Germania. Ogni giorno una donna gli porgeva qualcosa da mangiare, allungando la mano oltre la rete del campo di concentramento. Ho sempre immaginato questa donna vista di spalle, che compie un gesto di carità e vibrante fu l'emozione di quell'attimo, quando incrociai per la prima volta quegli occhi azzurri come il mare e le labbra baciate da un rossetto rosso che conferiva grazia e luminosità al suo volto.
Finita la guerra, Renato riuscì a liberarsi e percorse a piedi circa trecento chilometri, fino a raggiungere una piccola stazione ferroviaria. Lì, tra la folla, vide improvvisamente Christel. La fissò incredulo e le domandò: "E tu che ci fai qui?". Lei rispose di essere venuta a trovare uno zio. Renato, quasi guidato dal destino, le disse: "Questo è il destino che ci ha fatto incontrare di nuovo. Mi vuoi sposare?". "Du bist verriickt! ", rispose Christel, sbigottita. "No, non sono pazzo. Lo voglio!", replicò Renato.
Si sposarono a Kehl e tornarono insieme in Italia. Da allora la loro storia d'amore sarebbe rimasta legata alla Fratta e alla memoria di chi li conobbe.

Renato aveva anche una notevole cultura. Da ragazzo aveva trascorso circa tre anni in seminario, studiando latino, greco, storia e filosofia. Ma il suo carattere libero e ribelle lo portò presto a scegliere una strada diversa.

Era conosciuto anche per la sua immancabile "pennichella" in piazza, seduto con le braccia conserte e la testa china, apparentemente impermeabile al chiacchiericcio delle partite a carte. Nessuno osava disturbarlo: troppo grande era il rispetto per Renato Bottaccioli, il "Botonaro" della Fratta.
Amava dire a Christel: "Tu sei e sarai sempre la mia regina, la mia principessa!"
La guerra aveva intrecciato i loro destini, attraverso un cammino buio e travagliato, ma alla fine la luce aveva trionfato.
Renato e Christel hanno lasciato un ricordo indelebile nel cuore degli umbertidesi: quello di due persone che, attraverso la sofferenza, il coraggio e l'amore, hanno trasformato la loro storia in una pagina preziosa della memoria della nostra Fratta.

Articolo pubblicato su “Informazione locale” – Agosto 2026

Foto di Guido Lamponi e dell’Archivio fotografico del Calendario di Umbertide
12/09/26
