history and memory
La storia di Sante Granci, più conosciuto come "Zigo", che tra il 1862 e il 1869 fu alla testa di una banda responsabile di rapine ed altre azioni delittuose nel territorio dell'Alta Umbria, tra Umbertide - Pietralunga - Gubbio e Gualdo Tadino.
di Massimo Pascolini
Negli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia (1860-1870), il territorio di Umbertide e delle zone limitrofe dell'Alto Tevere e dell'Eugubino fu interessato da fenomeni di banditismo e brigantaggio rurale. Mentre il grande brigantaggio politico-sociale era concentrato nel Mezzogiorno, in Umbria il fenomeno prese forma soprattutto come reazione alla miseria, all’introduzione della leva militare obbligatoria e alla presenza di renitenti e disertori.
Il fenomeno di brigantaggio più rilevante nell'area di Umbertide attorno al 1870 fu l'attività della banda di "Zigo", guidata da Sante Granci (detto Zigo, nato a Morena) e da Ercole Magrini (detto lo "Zingaro"). La banda operava principalmente nei territori montani e rurali compresi tra Umbertide, Gubbio, Pietralunga, Gualdo Tadino e Fossato di Vico.

Tra il 1862 e il 1869 la banda fu responsabile di decine di rapine, estorsioni, furti e aggressioni ai danni di proprietari terrieri e viandanti lungo le vie di comunicazione. Nelle zone montuose attorno ad Umbertide, Gubbio e Gualdo Tadino trovarono rifugio centinaia di renitenti alla leva e disertori, fenomeno che offriva protezione e copertura alla banda. Alla fine del 1868, la situazione dell'ordine pubblico nel territorio era divenuta insostenibile; per questo la Prefettura di Perugia decise di attivarsi per estirpare definitivamente il fenomeno.
La «Gazzetta dell’Umbria», nel mese di novembre 1869, riporta in vari articoli notizie relative a tale iniziativa.
5 novembre 1869:
“A tutto il giorno 4 corrente si avevano all’Ufficio Centrale di Sicurezza di Gubbio i seguenti risultati:
Renitenti presentati: n. 231 / arrestati: n. 23
Disertori presentati: n. 13 / arrestati: n. 4
Colpiti da mandato di cattura presentati: n. 7 / arrestati: n. 3”
Totale: n. 281»
Giornale del 9 novembre 1869:
«Dalle notizie che riceviamo da Gubbio rileviamo con piacere che il numero delle presentazioni e degli arresti va crescendo di giorno in giorno. Fra presentati ed arrestati sono già 386 gli individui ridotti in potere della legge. Fra questi ben 12 malfattori ricercati da molto tempo per mandato di cattura e 4 grassatori dei più temuti della banda "Zigo" (Procacci Ubaldo, Bettelli Luigi detto "Rossetto", Stocchi Francesco e Grelli Salvatore). Le misure con molta sagacia adottate tolsero a costoro ogni scampo, costringendo la maggior parte a porsi da loro stessi nelle mani dell’autorità».
Lunedì 22 novembre 1869 (riporta la cattura di "Zigo"):
«Le straordinarie operazioni civili e militari nell’eugubino possono dirsi quasi compiute coll’importantissimo arresto operato nella notte dal 19 al 20 corrente, in una casa di campagna, da una brigata di carabinieri guidati dal bravo maresciallo Bucchio, del famigerato Sante Granci detto Zigo, capo di una mano di 15 malfattori, tutti durante il breve periodo della medesima assicurati alla giustizia, assieme a quasi tutti ormai i renitenti e disertori che erano sparsi in quel territorio».
Sante, una volta in galera, si convinse (o fu convinto) a denunciare tutti i suoi compagni e a raccontare nel dettaglio le 26 imprese criminose a cui aveva partecipato o in cui erano stati coinvolti i suoi amici.
Sembra che Zigo al pari di altri banditi, portasse talismani personali che lo rendevano "invulnerabile" nella continua lotta contro le forze dell’ordine — perlomeno nei confronti di quei pochi militi che ogni tanto qualcuno decideva di mettere sulle sue tracce e su quelle della sua banda. Sante era infatti solito conservare nella giacca un crocifisso e un messale. La gente lo riteneva un buon cristiano e pare che andasse a messa tutte le domeniche. Nel suo rifugio al ‘Vocabolo Apelle ’, (nella frazione di Salia), Sante poteva usufruire di una galleria sotterranea che gli permetteva di raggiungere in tutta sicurezza un luogo esterno e defilato, dal quale era solito chiamare i suoi complici con uno zufolo.
Su un totale di 36 individui coinvolti a vario titolo, ben dieci morirono in carcere prima del processo. Lo stesso Zigo morì il 22 ottobre 1871, ricoverato nell’infermeria del carcere giudiziario di Perugia, sembra a causa di un avvelenamento.
Il 31 maggio 1872, il Corriere dell’Umbria riporta la notizia che il giorno 6 luglio presso la Corte di Assise di Perugia avrà inizio il processo contro la banda:
“Ortolani Eugenio, Fondacci Adamo, Stocchi Francesco, Paradisi Pasquale, Mercati Cristoforo, Procacci Ubaldo, Bettelli Luigi, Casagrande Emilio, Fecchi Valentino, Angeloni Ubaldo, Ceccarelli Domenico, Rogari Ubaldo, Passeri Ubaldo, Cecchini Giovanni, Latterini Giuseppe, Ortolani Lodovico, Burani Domenico, Frillici Antonio, Calagreti Giuseppe, Radicchi Tommaso, accusati di grassazioni, estorsioni, furti qualificati, assassinio e di associazione di malfattori. Difensori avvocati: A. Bianchi, D. Angeloni, C. Fani, E. Lelmi, D. Borgio, G. Calderoni, G. Galletti e G. Serafini”.
Il Corriere dell’Umbria (subentrato alla Gazzetta dell’Umbria dal 1870) nel numero 53 del 3 giugno 1872 riporta l’accusa:
“ […] Questa associazione di predatori ebbe sua sede nel territorio di Gubbio, da dove scorreva nei paesi vicini e specialmente nei comuni compresi nei Mandamenti di Gualdo Tadino ed Umbertide. […] Venti sono accusati di associazione di malfattori organizzata e mantenutasi per più anni, due di aver somministrato ricovero e luogo di riunione […] questi audaci e crudeli violatori delle Leggi. L’accusa nei confronti del banditi consiste:
1 omicidio (uccisione di Angelo Radicchi, testimone di una rapina, assassinato da Antonio Martinelli ed Emilio Casagrande il 4 aprile 1867)
2 furti qualificati
3 estorsioni
48 episodi di violenza (con alcuni stupri)”.
Il 6 giugno 1872, il giornale riporta i capi di accusa contro la banda:
“ TITOLO V°, contro: Granci Santi, detto ‘Zigo’, Burani Domenico detto ‘melone’, Bartolini Agostino detto ‘Ugo’, Cecchini Giovanni detto ‘Boraia’. Imputati di grassazione. <Giovanni Giammaruchi, contadino e mugnaio domiciliano nella parrocchia di Nerbici in luogo detto ‘Belardell’, nella notte dal 21 al 22 ottobre dello stesso anno 1862 era colla sua famiglia al riposo, quando oltrepassata la mezzanotte un’improvviso rumore lo riscosse e lo fece avvertito che persone, sotto il catorcio della porta esterna, ascendavano le scale. Esso suppose da prima che alcuni suoi gli fossero di ritorno da una veglia alla quale erano intervenuti per la mondatura del granturco, e non se ne inquietò, ma contro le sue previsioni si trovò ben tosto invasa la sua stanza da più individui armati, uno dei quali spianandogli il fucile gli impose di non muoversi – ed in pari tempo gli rovesciò sul capo le coperte del letto. Quei malandrini altrettanto praticarono con gli altri individui della famiglia che si trovavano coricati in stanze diverse– ed intanto fattesi consegnare le chiavi di alcuni mobili, e datisi a scassinare altri di cui la chiave non si trovava, tutto misero sossopra e, fatto bottino, se ne partirono minacciando i depredati la morte se al loro partirsi avessero fatto rumore e se anco in seguito non avessero sul fatto mantenuto il silenzio. In questa guisa Giovani Giammaruchi e famiglia rimasero spogliati della somma, in diversa specie di moneta d’oro e di argento, di lire 266,26 non che di molte biancheria, di oggetti in oro, e di vestiario per l’importo di lire 378,79, e così per un complessivo di lire 645,05>”.
Il 1° luglio 1872, il Corriere dell’Umbria torna ad occuparsi del processo contro la banda ‘Zigo’ con il seguente articolo:
“ […] La esigenza della associazione medesima è in fatti manifesta per quel frequente ripetersi di reati dello stesso genere in un periodo non breve di tempo, avvenuti nei medesimi territori, presso a poco colli identici mezzi; nella di cui esecuzione più volte compariscono, come autori, i medesimi individui, e nei quali quasi sempre figurano ora associati con alcuni, ora con altri di costoro, l’Ercoli Magrini ed il Santi-Granci Sante detto ‘Zigo’; e per lo che è evidente, che, dopo la loro fuga dalle mani della forza pubblica, intorno a costoro, degni di esserne i capi, si erano raccolti ogni sorta di vagabondi, ed i soggetti peggiori, e, per cupidigia, più inclinati al mal fare. La appalesano quei frequenti conciliaboli, nei quali venivano prestabilite le aggressioni e le rapine, e concertati, i mezzi per condurle ad esecuzione,, e che vedemmo tenuti di consueto alla ‘Scirca’ , al ‘Molino dello Zangolo’, alla fornace di Corraduccio, nella macchia del ‘Cerrone’ ed all’Osteria di Camporeggiano, luoghi dove i malandrini trovavano sicuro rifugio. […] come l’infelice Angelo Radicchi fosse assassinato, perché sapevasi avere esso veduto e riconosciuto i colpevoli delle grassazioni avvenute sulla strada fra Umbertide e Gubbio.[…]”
Il 6 luglio 1972, il giornale riporta le condanne inflitte ai componenti la banda:
“Ieri ebbe termine innanzi a questa Corte di Assise, dopo un mese dacché era cominciata, la causa contro venti individui detenuti, ed accusati di associazione di malfattori, di grassazione, di furti e di altri reati commessi nel territorio di Gubbio e narrati nell’atto di accusa già pubblicato nel nostro giornale. Il Giurì li dichiarò tutti colpevoli, ad eccezione di Procacci Ubaldo che fu assolto, ammettendo però a favore del maggior numero di essi le circostanze attenuanti. In seguito al verdetto del Giurì’ la corte condannava:
Casagrande Emilio ai lavori forzati a vita
Ortolani Eugenio, Burani Domenico, Ceccarelli Domenico, Angeloni Ubaldo, Cecchini Giovanni ai lavori forzati per 20 anni ciascuno
Paradisi Pasquale ai lavori forzati per anni 16
Stocchi Francesco, Passeri Ubaldo ai lavori forzati per 15 anni
Fecchi Valentino, Rogari Ubaldo, Bettelli Luigi ad ugual pena per anni 10
Calagreti Giuseppe, Mercati Cristoforo, Frillici Antonio alla reclusione per anni 4
Latterini Giuseppe alla stessa pena per anni 3
Fondacci Adamo, Radicchi Tommaso a 3 anni di carcere
Ortolani Lodovico a sei mesi della stessa pena, computando per questi tre ultimi il carcere già sofferto.
Finalmente la suddetta Corte con sentenza di questa mattina ha giudicato i due contumaci: Magrini Ercole detto lo ‘Zingaro’ e Severini Antonio, ed ha condannato il primo ai lavori forzati a vita e l’altro ai lavori forzati per anni 25”.
