LE NASCITE E LE MORTI

LE NASCITE E LE MORTI A MONTECORONA

Di Giuliano Sabbinniani


Le nascite

Subito dopo il matrimonio, aveva inizio l'attesa del primogenito: i figli, soprattutto maschi, erano considerati una benedizione di Dio, anche perché i lavori agricoli richiedevano la necessità di molte braccia.

Nelle case avveniva il ciclo della vita: si viveva e si moriva, ma era anche il luogo dove si nasceva. In ospedale ci andavano pochissime donne a partorire: si nasceva in casa e si veniva al mondo con l'aiuto della "levatrice", l'ostetrica di quei tempi.

Quando questa non poteva arrivare in tempo, veniva sostituita, in caso di urgenza, da donne esperte del vicinato, sempre disponibili in qualsiasi ora del giorno e della notte a fornire il proprio aiuto.

I parti avvenivano in modo concitato e per le donne, che portavano a termine la gravidanza, quel momento rappresentava spesso un grave rischio. Nell'imminenza del travaglio, si allontanavano dall'abitazione uomini e bambini. Le donne esperte della casa o del vicinato entravano in azione, riscaldando grandi pentoloni d'acqua e preparando varie pezze di stoffa, necessarie alla mamma ed al nascituro.

Le donne erano forti ed allattavano il più a lungo possibile perché, per la miseria dominante, non c'era sempre da mangiare a sufficienza.

Il neonato veniva fasciato dal collo ai piedi, la testa coperta da una cuffietta. La culla, molto piccola, era di legno; il materassino consisteva in un piccolo sacco pieno di lana; le copertine erano fatte quasi sempre ad uncinetto e rigorosamente di lana. La prima domenica successiva al parto, si battezzava il bambino, perché si temeva per la sua sopravvivenza. I nati ricevevano sempre due nomi, ma in realtà erano spesso identificati per mezzo di soprannomi. Nelle famiglie i bambini nascevano numerosi, ma purtroppo erano numerosi anche quelli che morivano precocemente; i sopravvissuti, i selezionati dalla natura, potevano affrontare la vita dura con sicurezza.


Quando moriva qualcuno


Nelle case, come già detto, si srotolava il ciclo della vita: si nasceva, si viveva e si moriva. Pochissime erano le persone malate che venivano ricoverate in ospedale; la maggior parte di esse era curata in casa fino all'ultimo respiro.

Quando una persona era alla fine, veniva chiamato il parroco per l'estrema unzione: intorno al capezzale del moribondo si collocavano i familiari, ad eccezione dei bambini che, in quei particolari momenti, venivano allontanati presso famiglie di parenti o amici.

Appena cessato di vivere, il defunto era vestito con l'abito migliore e adagiato sul letto; nella stanza le donne provvedevano a coprire con dei panni gli specchi ed i lampadari che pendevano dal soffitto, affinché - così si credeva - l'anima del morto potesse non smarrirsi e trovare la via verso la Luce vera.

Le campane della chiesa annunciavano l'infausto evento con i loro rintocchi: sette per l'uomo e cinque per la donna; ai bambini deceduti sotto i sei anni se ne riservavano tre, "il suono degli angeli", come a festa, per annunciare il loro ingresso in Paradiso.

Allorquando le campane diffondevano le loro note funebri, tutta la comunità di Montecorona viveva attimi di esitazione; le persone si interrogavano a vicenda sull'identità di chi si era spento. Ma, ancora prima di saperne il nome, venivano innalzate al cielo preghiere per la sua anima. Il sentimento di solidarietà e di partecipazione al lutto di una famiglia era più vivo che ai giorni nostri: tutti vi partecipavano con un'adesione intima, fortemente sentita, ma con manifestazioni molto contenute.

La donna in lutto vestiva di nero e portava in pubblico un fazzoletto in testa, sempre di colore nero; l'uomo,invece, portava una fascia nera al braccio o un bottone nero all'occhiello della giacca. Il tempo del lutto variava in base al grado di parentela: per la perdita dei genitori o del coniuge durava per lo più un anno, per quella di fratelli e sorelle sei mesi.

Di solito il defunto veniva "vegliato" per due giorni: in queste veglie si raccontavano episodi della vita del morto e si esaltavano in genere le sue qualità. Il giorno del funerale il parroco, preceduto dalla croce portata da un aiutante, si recava nella casa del defunto e davanti alla salma recitava le orazioni in latino; poi la aspergeva - benedicendola - con l'acqua santa ed usciva, aspettando che il feretro venisse condotto fuori.

Da lì la bara era portata "a spalla" in chiesa. Nella zona di Montecorona, in particolare per i soci della Confraternita dei Priori, veniva usato un carro funebre tirato da un cavallo; il carro, chiamato "la Carolina", era custodito fino a qualche decina d'anni fa all'Eremo. Dopo la celebrazione della messa, si accompagnava - la bara sempre a spalla - il defunto al cimitero; la sepoltura avveniva il giorno dopo.

Nel territorio della Tenuta di Montecorona erano presenti tre cimiteri: quello della Badia, quello di Santa Giuliana e quello di Monte Acuto, edificati verso la metà dell'Ottocento fuori dai centri abitati, per motivi igienici, come era ormai consuetudine dall'epoca napoleonica. Le salme venivano inumate, cioè seppellite sottoterra; le prime tumulazioni in loculi, con lapidi incise, risalgono ai primi del Novecento. Non c'era un custode ufficiale, ma una persona svolgeva tale mansione "gratis et amore Dei": egli veniva ricompensato con piccole offerte - un obolo - da parte della comunità al momento del raccolto.

Il giorno dopo il funerale, era usanza far visita alla famiglia del defunto per portare conforto e recitare insieme il rosario.


(Dal suo libro “Montecorona – la Tenuta e la sua gente” – gruppoeditorialelocale, Digital Editor srl, Umbertide - 2021)

LE NASCITE E LE MORTI
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