LE CASE RURALI

LE CASE RURALI

Di Giuliano Sabbiniani


Non si può parlare di una precisa tipologia delle case rurali del territorio di Montecorona nel secolo passato; ognuna di esse godeva della sua unicità, pur avendo in comune diversi elementi.

La grandezza di queste case dipendeva dall'ampiezza del podere e dal numero di persone occorrenti per lavorarlo. L'aspetto esteriore di tali dimore consisteva in una costruzione coperta, col tetto quasi sempre a capanna. A1 piano terra c'erano le stalle e le cantine; per accedere al primo piano, quello abitato dai mezzadri, c'era quasi dappertutto una ripida scala esterna terminante in un loggiato, su cui si apriva la porta della cucina, la quale serviva di passaggio alle camere da letto; le soffitte erano adibite a deposito per il grano, l'orzo e l'avena.


I davanzali dei balconi loggiati erano spesso pieni di vasi in terracotta, dove si coltivavano malboni (geranei), ederine (geranei parigini) e basilico. Con la buona stagione ci si fermava sui balconi per prendere un po' di fresco, per osservare la campagna circostante ed i propri campi coltivati, per guardare il tramontare del sole, sperando di trarne buoni auspici per il giorno seguente.

Internamente, il vero nucleo della casa era la cucina, attorno alla quale ruotavano tutte le attività domestiche della famiglia; solitamente era l'ambiente più grande dove, non solo si cucinava e si mangiava, ma anche si vegliava e si riceveva. Era il vano, in cui si passava buona parte del tempo che non si impiegava nel lavoro.


Il simbolo di tale ambiente era il camino; sulla pietra che lo sormontava c'erano incise delle lettere e delle cifre: le prime generalmente erano "A.D." che significa "Anno del Signore"; le cifre in numeri romani indicavano, invece, l’anno in cui era stata terminata la costruzione della casa.

Nei pressi del camino c'era l'immancabile panca di legno dove, nei mesi più freddi, ci si sedeva a turno, nonostante il fumo provocasse tosse e lacrime; a noi bambini piaceva sedere in circolo intorno al camino e, con gli occhi stregati dallo sfavillio dei carboni che ardevano nel focolare, seguire in silenzio i racconti dei grandi.


Mi ricordo che nella grande cucina di "Frillocco", la sera d'inverno, vegliavano tante persone e Peppe, il decano della famiglia, diceva ogni tanto: "Fuori i caldi, che entrano i freddi!", per cui quelli seduti nelle panche intorno al fuoco, dovevano lasciare spazio agli altri infreddoliti.

Durante i mesi invernali nel camino, acceso dalla mattina alla sera, vi era sempre un paiolo di circa 10 litri d'acqua a scaldare, per cui c'era sempre acqua calda disponibile.

All'ora di pranzo e di cena, i pasti venivano consumati in religioso silenzio con tutta la famiglia riunita, spesso sopraffatti dalla stanchezza per la lunga giornata lavorativa. Fino agli anni Cinquanta i "versatoi" (lavandini) delle cucine non erano corredati da rubinetti; per attingere acqua c'erano le brocche di rame o di coccio che si andavano a riempire alla fontana. Un fiasco o due venivano riempiti prima di pranzo direttamente alla sorgente, perché l'acqua da bere doveva essere fresca: questo compito solitamente spettava ai bambini.


Le camere da letto erano poste sopra la stalla, in quanto in inverno, quando faceva molto freddo, il calore prodotto dalle bestie mitigava il rigido che regnava in queste stanze ma, insieme a quel po' di calore, poteva venire su anche un cattivo odore.

L'arredo era ridotto al minimo: un letto, una cassapanca, un piccolo armadio a due ante e, quando andava bene, anche un "canterano"; in un angolo c'era sempre "il lavabo", composto da una struttura metallica che reggeva una bacinella di smalto ed una brocca, sempre di smalto, con l'acqua per lavarsi "a pezzi". Nella stagione fredda, qualche volta, l'acqua gelava e i poveri contadini dovevano fare a meno di lavarsi.


Per i bisogni notturni si ricorreva all'urinale o vaso da notte; al mattino esso veniva svuotato dalla finestra, senza avere molta attenzione per coloro che eventualmente si trovavano a passare sotto in quel momento.


Nei primi decenni del secolo passato, i materassi erano costituiti da sacchi di tela grezza di cotone, riempiti di foglie secche di granoturco; quando ci si coricava o ci si rigirava nel letto, si sentiva il rumore dell'accartocciamento delle foglie. Nonostante questo, alcuni anziani montecoronesi mi dicevano che sopra questi sacconi si riposava molto bene visto che, quando si andava a letto morti di stanchezza, ci si risvegliava riposati.


In inverno per rendere il letto un po' meno freddo, prima di andare a coricarsi, si era soliti ricorrere al "prete", uno strumento fatto di legno, adatto ad ospitare un recipiente, chiamato "pretina", nel quale si mettevano le braci del fuoco. Così facendo, si riscaldavano le lenzuola e le coperte e si mitigava un po' il freddo che vi si era annidato. In ogni stanza per lo più sulla testiera del letto c'era quasi sempre un Crocifisso o una immagine della Madonna o dei Santi di cui si portava il nome; quando si traslocava, era consuetudine lasciare nella casa un quadretto con l'immagine della Madonna.

(Dal suo libro “Montecorona – la Tenuta e la sua gente” – gruppoeditorialelocale, Digital Editor srl, Umbertide - 2021)

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