LAVORI FUORI DELLA TENUTA

I LAVORI FUORI DELLA TENUTA

Di Giuliano Sabbinniani

LAVORI "ESTERNI" ALLA TENUTA


Fino agli anni Settanta, il lavoro nella Tenuta era stato svolto dai contadini e da pochi salariati agricoli, i cosiddetti "casaioli"; questi ultimi erano impegnati nei periodi dei raccolti e della potatura degli alberi da frutto, ma rimanevano disoccupati nei mesi invernali: perciò erano costretti ad andare a cercare lavoro fuori dal territorio della Tenuta, anche a notevoli distanze. Lazzaro Fanucci, detto "Spirineo", mi raccontava che, per guadagnare qualche spicciolo, era costretto ad andare a tagliare i boschi alla Madonna dei Confini ed anche più lontano e, visto che i mezzi di locomozione erano solo le gambe, insieme ad altri lavoratori si spostava a piedi la notte della domenica per poi far ritorno a casa il sabato sera successivo.

Le persone, che non erano alle dirette dipendenze della Tenuta, svolgevano lavori come il fabbro, il falegname e il muratore.

IL MURATORE

I fratelli Antonio e Nando Andreani, abitanti a Colle di Montecorona, avevano un'impresa edile, il cui lavoro consisteva nella costruzione e manutenzione delle case di campagna; la loro attività aumentò di molto quando la direzione dell' I.F.I. decise di ristrutturare tutte le case coloniche della Tenuta.

Per la loro costruzione veniva adoperata della malta a base di calce viva che, messa in acqua, si tramutava in calce spenta. Essa era prodotta localmente in "calcinai" allestiti nelle zone dove c'era una grande quantità di pietra (Elceto, monte Acuto, monte Murlo).

I muri delle case erano realizzati in pietra o in mattoni cotti; per innalzarli si sovrapponevano strati di pietra o mattoni, intervallati da un sottile strato di malta legante. Il loro spessore variava in rapporto all'altezza. I casolari di campagna venivano costruiti con i materiali più disparati, dai mattoni alle pietre di tufo, da quelle di fiume ai materiali di recupero più vari, posizionati nei nascenti muri secondo l'esigenza o l'estro del muratore.

IL FALEGNAME

I fratelli Orfeo ed Emilio Fagnucci, insieme al padre Luigi, lavoravano nel settore della falegnameria; anche per loro l'impegno aumentò a dismisura durante i lavori di ristrutturazione delle case coloniche e della fattoria. Il mobilio dell'ufficio contabile, tutto in legno massello, fu costruito da questi bravi falegnami utilizzando il legname degli alberi dell'azienda agricola.

Finiti i lavori di restauro, i fratelli Fagnucci riconvertirono il loro lavoro nella costruzione di cassette per il confezionamento della frutta coltivata nella Tenuta.

Primo Sabbiniani, mio zio, aveva una bottega di falegname a Colle di Montecorona; aveva imparato questo mestiere fin da piccolo nella bottega di Vestrelli ad Umbertide, specializzandosi poi nella costruzione di mobili massello in noce o castagno e nell' intarsio.

Viste le condizioni economiche delle famiglie della zona, il lavoro gli veniva commissionato solo in occasione di matrimoni; a quei tempi i futuri sposi, per le ristrettezze economiche, tendevano ad ordinare la sola camera da letto e quasi sempre il pagamento per l'opera era dilazionato nel tempo o pagato con i prodotti del podere.

La figura del falegname ha sempre avuto, per me bambino, un fascino unico e particolare, direi quasi magico, vissuto nella realtà per la vicinanza di mio zio.

Spesso mi fermavo in bottega e, seduto su un banchetto, osservavo in silenzio, con curiosità e grande ammirazione, il suo paziente lavoro, fatto anche di passione; lo scrutavo nel gesto del misurare con precisione e del riporre la matita sopra l'orecchio. Talvolta mi raccontava di quando, da ragazzo, andava ad imparare il mestiere nella bottega di Vestrelli; allora l'apprendista non solo non percepiva un salario, ma doveva addirittura pagare il "mastro": in genere non veniva dato del denaro, ma ci si sdebitava con qualche cappone o prodotti agricoli.

IL FABBRO


Renato Porrozzi e Riccardo Mambrucchi svolgevano all'interno della fattoria il lavoro del fabbro; nella loro bottega si realizzavano tutte le parti in metallo dei carri agricoli, si riparavano gli attrezzi come gli aratri, le zappe, le falci e le asce per tagliare la legna.

Svolgevano il loro lavoro servendosi della forgia - necessaria per rendere incandescente il ferro -, dell'incudine, del martello per modellarlo con vigorosi colpi, e di vari tipi di tenaglie per afferrare il ferro caldo e immergerlo nell'acqua al fine di ottenere la durezza desiderata.

Per i contadini di Montecorona era fondamentale la preparazione dei ferri del bestiame bovino ed equino, che il fabbro forgiava all'occorrenza.

IL CALZOLAIO

Gli uomini della famiglia Orlandi svolsero il lavoro di calzolaio fino alla fine della seconda guerra mondiale; nel mondo agricolo del tempo, le famiglie dei contadini pagavano in natura il lavoro svolto da questo personaggio.

Agli inizi del secolo passato, il calzolaio lavorava in casa, ma spesso si trasferiva presso le abitazioni dei contadini, riparando, per tutta la giornata, dall'alba al tramonto, tutte le scarpe dei componenti della famiglia: gli spettavano colazione, pranzo, cena e una ricompensa in prodotti vari del podere.

Fiorucci Elio, detto "Pacchione", svolse questo lavoro per tanto tempo, a partire dagli anni Cinquanta fino alla fine del secolo passato, associando nell'ultimo periodo a questo mestiere anche il commercio di scarpe; molto apprezzato e stimato, veniva aiutato dal figlio Giacomo, per cui erano conosciuti come "I calzolai di Montecorona".

Quando si portavano le scarpe a risuolare o a rifare i tacchi, nella bottega si percepiva l'odore del cuoio e del mastice, quello acre della colla mischiata con la pelle; si sentiva il rumore dei colpi di martello sulla suola, precedentemente bagnata, e sui chiodi (tenuti fra i denti per comodità, prima di essere utilizzati): era uno spettacolo che aveva un fascino particolare! La bottega era composta da un banchetto di lavoro, da una sedia bassa dove Elio sedeva per lavorare, da una macchina per cucire il cuoio, da diverse forme di legno appese al muro e da vari arnesi: fra questi il più importante era la lesina che serviva a fare i buchi nel cuoio, attraverso cui faceva passare il filo per cucire. Il calzolaio, purtroppo, è un mestiere in via di estinzione e così, dopo "Pacchione", a Montecorona non c'è stata più tale figura.

LA SARTA


Nel secolo passato il lavoro da sarta a Montecorona fu svolto per decenni dalla signora Annetta Manfroni in Andreani; la casa era la sua sartoria: il tavolo della cucina sempre pieno di stoffe e in un angolo una montagna di abiti da imbastire, passare a macchina, rifinire. Tutte le donne di Montecorona, che intendevano imparare a cucire, hanno svolto un periodo di apprendistato presso 1'Annetta. Ha insegnato a tante ragazze a tagliare e cucire gli abiti per figli e mariti; una di queste allieve fu anche mia madre. Per alcune è diventato un mestiere che hanno esercitato e che, anche se avanti con gli anni, ancora esercitano, come Maria Boldrini, Graziella Pieroni e Clara Fiorucci.

Competenza, professionalità e serietà nel lavoro, le procuravano una vasta ed affezionata clientela con cui creava rapporti di fiducia e di amicizia. Tra le persone più in vista, ebbe l'onore di vestire la marchesa Beatrice Marignoli, con la quale coltivò una confidenza speciale.

L'Annetta svolse il proprio lavoro in un periodo in cui la gente viveva in maniera modesta; per questo motivo un vestito doveva "durare" il più a lungo possibile. Esso, quando cominciava ad essere liso e scolorito, "veniva girato", cioè scucito e rimontato a rovescio: il vestito così risorgeva a nuova vita!

IL SENSALE


Quando si doveva vendere o comprare capi di bestiame, sia di grossa che di piccola taglia, si ricorreva all'aiuto del sensale; questa utile figura si trovava sia nei mercati che nelle fiere ed, anche se scomparso, è rimasto nella memoria collettiva.

Il mercato del bestiame si era sempre svolto ad Umbertide nella piazza sotto la Rocca - come si può vedere nel quadro esposto in municipio -, ma prima della seconda guerra mondiale venne trasferito nella zona di via Abruzzi. Il punto di ritrovo per la compravendita rimase, comunque, fino agli anni Settanta-Ottanta, piazza Mazzini, nei pressi della Collegiata.

Qui si potevano vedere gruppi di persone che discutevano ed a un certo punto c'era una stretta di mano che sigillava l'accordo. Anche i contadini di Montecorona, per vendere o comprare un capo di bestiame, si recavano in questi luoghi, ove erano presenti tutte le componenti del mondo agricolo, dal padrone al contadino, ma chi dirigeva il tutto erano i sensali, detti anche mediatori. Figure insostituibili per la loro acclamata competenza e conoscenza degli animali, facevano da intermediari in quasi tutti gli affari di compravendita. Il compito più importante - ma anche più difficile - consisteva nel far trovare un accordo sul prezzo dell'animale tra il compratore ed il venditore; la loro abilità si manifestava proprio nel saper mediare tra le due parti per giungere ad un accordo soddisfacente per entrambi, che veniva sancito da una energica stretta di mano.

L'attività del sensale non si limitava solo alle fiere ed ai mercati; infatti tali mediazioni qualche volta si effettuavano a casa del venditore dove, sul tavolo della cucina, era posto sempre un fiasco con tre bicchieri per brindare, una volta trovato l'accordo.

Prima si andava nella stalla per vedere l'animale: ci si avvicinava, gli si girava intorno, lo si scrutava attentamente, gli si guardava in bocca per analizzare la dentatura, dalla quale si poteva valutarne l'età, se ne determinava approssimativamente il peso.

Dopo un'attenta osservazione il compratore veniva informato dal sensale dello stato di salute della bestia che aveva di fronte. A1 rientro in casa, si discuteva sul prezzo e, se si trovava un accordo, c'era una specie di rito per suggellarlo: il sensale faceva accostare venditore e compratore, prendeva le loro mani, le faceva unire, vi poneva sopra le sue; il groviglio di mani veniva agitato dall'alto in basso per tre volte... e l'affare era concluso! Questa stretta valeva più di mille firme.

Nella zona di Montecorona i sensali più quotati erano Giulioni Vittorio ed Enrico Bruni, detto "Rigo del Fabbro".

(Dal suo libro “Montecorona – la Tenuta e la sua gente” – gruppoeditorialelocale, Digital Editor srl, Umbertide - 2021)


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