IL BUCATO

IL BUCATO FATTO CON LA CENERE

di Giuliano Sabbiniani

Nella frazione di Montecorona, come in tanti altri luoghi, prima degli anni Sessanta, fare il bucato non era molto semplice, in quanto costava tanta fatica e tanto tempo.

Il bucato del bianco - lenzuola, tovaglie, canovacci e asciugamani - si faceva una volta al mese. Visto che si viveva in famiglie allargate e numerose, la biancheria da lavare era molta.

Le donne di casa, dopo aver radunato i panni sporchi, si recavano a prendere l'acqua alla fonte e la mettevano a bollire in dei grossi "caldai", appesi alla catena del camino.

In un angolo esterno, per lo più sotto la tettoia di ogni casa, era posizionata "la scina", un grande recipiente di terracotta, fatto a conca con un foro in basso, usata per fare il bucato.

Le lenzuola, gli asciugamani e gli altri panni, tessuti per lo più con fibre grezze al telaio, venivano bagnati e messi a strati all'interno della scina. La pila di panni era ricoperta con un telo di canapa o di cotone pesante, su cui veniva posto uno strato di cenere setacciata di circa 10 centimetri: il telo funzionava da filtro separatore fra la cenere ed i panni. A questo punto si versava pian piano l'acqua bollente di tre/quattro caldai e la si lasciava filtrare, permettendo alla cenere di rilasciare le proprie sostanze detergenti. Quando l'operazione era finita, si lasciava decantare l'acqua per tutta la notte. L'indomani il bucato si era raffreddato: si toglievano, in ordine, la cenere, il telo separatore ed i panni: l'azione della potassa caustica, contenuta nella cenere, aveva reso i panni bianchissimi.


Le donne portavano il tutto a risciacquarlo abbondantemente nelle "trosce" o al Tevere, per togliere cenere e sapone; mi ricordo che mia madre e le altre donne del colle sbattevano con forza i panni sopra la pietra o il legno, eliminando così qualsiasi residuo che potesse danneggiare il tessuto e lasciare aloni. Il risciacquo era un lavoro molto duro, specialmente nelle fredde giornate invernali; non era raro vedere le donne risciacquare i panni in riva al fiume con intorno la neve. Prima di metterlo ad asciugare, il bucato doveva essere strizzato per bene; per questa operazione ci volevano due donne che, tenendo i capi del tessuto, lo torcevano.

Una volta strizzato, il bucato veniva posto sui cespugli per l'asciugatura.

Il liquido di scolo, chiamato "ranno", veniva scaricato dalla scina in altri recipienti; molto apprezzato per le capacità detergenti elevate, veniva utilizzato per lavare i capi in lana e i panni colorati, persino per lavare i capelli, perché li rendeva lucenti e morbidi.

(Dal suo libro “Montecorona – la Tenuta e la sua gente” – gruppoeditorialelocale, Digital Editor srl, Umbertide - 2021)

IL BUCATO
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