history and memory

Vittorio Becchetti
Racconto di Vittorio Becchetti trascritto dalla nipote Paola Giammarioli
Nacqui a Umbertide il 25 agosto del 1923 da una famiglia contadina.
A diciotto anni fui chiamato alla leva militare e inviato a Barletta, in provincia di Bari; il 15 giugno 1942 fui congedato, ma erano gli anni in cui il secondo conflitto mondiale era in atto e perciò mi richiamarono per inviarmi a combattere al fronte. Partii per la guerra il giorno dell'Epifania, il 6 gennaio del 1943.
Percorsi parte dell'Europa dell'Est: da Barletta giunsi a Mestre, attraversai tutti i Balcani, la Slovenia, la Croazia, la Bosnia-Erzegovina, l'Albania e infine la Grecia. Arrivato ad Atene, mi fermai al comando tappa per tre mesi. Mi assegnarono al corpo della fanteria, divisione “Regina"; ero un soldato semplice e combattevo con il moschetto, sulla cui sommità si poteva inserire la baionetta per i combattimenti corpo a corpo.
Da Atene mi imbarcai al Pireo, destinazione Rodi; navigammo per quattro giorni. Mi fermai a Rodi per quindici giorni, dopo di che raggiunsi il mio corpo.
Subito dopo l'armistizio cominciammo a combattere contro i Tedeschi; ne riuscimmo a catturare ben ottanta. Tre giorni dopo, l'11 settembre 1943, arrivò il colonnello con le bandiere bianche sulla macchina in segno di resa. Ci fu dato l'ordine di liberare i prigionieri tedeschi, ma questi, aiutati da altri rinforzi, ci catturarono a loro volta. Rimanemmo là per un mese, dopo di che ci legarono in gruppi da venticinque persone ciascuno e ci portarono all'aeroporto di Maritsa, uno degli aeroporti militari dell'isola di Rodi, che fu controllato dall'esercito italiano finché non se ne impossessarono i militari tedeschi. Partimmo a notte fonda con destinazione Atene. Restammo nella capitale greca per tre giorni, durante i quali i Tedeschi ci proposero di cooperare con loro, in caso contrario saremmo stati inviati nei campi di concentramento. lo risposi che mai e poi mai li avrei aiutati, allora mi caricarono su un convoglio militare.
Giunsi a Trieste dopo un viaggio lungo tre giorni, che fu drammatico, dato che i Tedeschi non ci dettero né da mangiare né da bere. Poi fui trasportato con un altro convoglio ferroviario in Germania dove fui internato in uno dei tanti lager nazisti chiamato “ Stammlager VIII A", a Görlitz. Era situato sulla sommità di un monte, proprio per ridurre le probabilità di fuga e per un miglior avvistamento dei nemici.

Insieme a me c'era anche un mio amico che si chiamava Bruno Lupattelli, ma egli non fu fortunato come me che ancora oggi, all'età di ottantadue anni, sono vivo, infatti morì nel campo di concentramento. Quando ritornai a casa, la sua famiglia, che risiedeva in un paesino vicino a Gubbio chiamato Montanaldo, chiedeva a tutti notizie di lui, allora vennero anche da me e appresero la triste verità.
Mentre ero nel lager, vedevo numerosi soldati tedeschi che venivano continuamente inviati nelle zone di guerra. Lavoravo tutto il giorno senza sosta; di solito mi facevano mettere a posto delle strade che erano distrutte e rovinate a causa delle mine. Era un lavoro massacrante e soprattutto non accumulavo energie con il cibo, dato che mangiavo solo un tozzo di pane nero al giorno e, se mi andava bene e non mi vedevano, anche le bucce delle patate che venivano scartate dai Tedeschi. Se ci avessero scoperti, saremmo stati puniti duramente. Nel lager nazista eravamo in circa centomila persone di ogni razza ed età, soprattutto disertori o militari francesi, inglesi, americani, polacchi; gli Italiani erano trattati sempre in malo modo, mentre preferiti dei Tedeschi erano i Francesi.
Venivo spesso ricoverato in infermeria, dato che soffrivo di tubercolosi polmonare, ma anche qui il cibo era scarsissimo e io disperato. Ero arrivato al punto di volermi suicidare fulminandomi contro il filo spinato elettrificato che circondava il campo, ma un mio amico, che era a conoscenza delle mie intenzioni, mi suggerì perlomeno di provare a rubare insieme a lui un po' di patate nella cucina del lager. Si chiamava Salvatore Cipolla e nella vita normale faceva il carabiniere a Sondrio. La cucina aveva una porta con una finestrella molto stretta; Salvatore volle a tutti costi entrar lui, anche se era più robusto di me, perché io facevo fatica a reggermi in piedi. Spinsi Salvatore con tutte le mie forze nella finestrella e alla fine riuscì ad attraversarla e a entrare in cucina. I minuti che Salvatore passò lì dentro mi parvero interminabili, ma alla fine, fortunatamente, ritornò; mi passò due sacchi di patate e infine riuscì di nuovo ad attraversare la finestrella, mentre io lo tiravo con forza per le braccia. Dopo aver commesso il nostro "furto" scappammo via, ma dovemmo stare molto attenti: infatti, a ogni angolo del campo si trovava una torretta con delle sentinelle che illuminavano il campo e i suoi dintorni con dei fari per controllare se vi fosse qualche fuggitivo o nemico. Ogni volta che il fascio di luce passava vicino a noi dovevamo buttarci a terra per non essere visti: ci distendemmo al suolo per ben quattro volte, ma alla fine riuscimmo a tornare al nostro dormitorio sani e salvi e cocemmo le patate con le mattonelle di carbone che ci davano i Tedeschi, di solito cinque per giorno.

Rimasi nel campo di concentramento fino al marzo 1945, quando la Croce Rossa Internazionale mi venne a liberare; mi dovettero portare su una barella, perché i miei trentotto chili non bastavano a sorreggere il mio corpo. Fui portato all'ospedale di Milano, dove era stato creato un reparto speciale riservato ai militari: la clinica si chiamava "Ospedale militare di Baggio". Proprio in quei giorni gli Alleati stavano liberando il capoluogo lombardo.

I medici dell'ospedale ci facevano seguire una dieta ipocalorica, dato che dovevamo riabituarci a mangiare gradualmente. Purtroppo sia io che i miei compagni avevamo sempre fame e fummo costretti a trovare una soluzione. Avevamo simpatizzato con dei pazienti del piano di sotto e parlavamo con loro delle nostre sventure di guerra da un grande terrazzo; spesso saltava fuori l'argomento del cibo e il fatto che noi avevamo sempre fame. Allora riuscimmo a legare insieme delle lenzuola e a fare una specie di corda, che terminava con una federa e che giungeva fino al loro terrazzo sottostante. I nostri amici ci caricarono molti panini, di cui potevano benissimo fare a meno, e noi li mangiammo tutti in un batter d'occhio: per fortuna non ci successe niente.
Rimasi in quel luogo per molto tempo: tutti ci volevano bene e spesso ci facevano visita e ci portavano persino dei regali, mentre i miei genitori ebbero la possibilità di venirmi a trovare soltanto nell'agosto del 1946.
Nel marzo del 1947, per l'esattezza il diciotto del mese, fui dimesso dall'ospedale. Lo stesso giorno che mi rilasciarono partii verso la casa dove ero cresciuto e vi giunsi il 25 marzo del 1947: ero stato in guerra per molti anni.
Quando arrivai, trovai i miei fratelli e le mie sorelle tutti più cresciuti e loro non mi riconobbero neanche, tanto ero sofferente e cambiato, e inizialmente ebbero paura di me. La mia famiglia pure era cambiata, infatti era in uno stato di miseria maggiore di quando l'avevo lasciata. Per l’esattezza la mia grande famiglia era composta dai miei genitori, Becchetti Giulio, nato nel 1891, e Moretti Barbara, nata il 4 dicembre 1899, dai miei fratelli e dalle mie sorelle: Dionilde, detta Palma, nata nel 1925, Umberto, nato nel 1926, Dante, nato nel 1928, Bruno, nato nel 1930, Maddalena, detta Nina, nata nel 1933, Speranza, detta Graziella, nata nel 1936, e infine Rina, nata nel 1939.
Dopo essermi rimesso del tutto, continuai a fare il contadino aiutando la mia famiglia. Mi sposai che avevo trent'anni, il 18 giugno 1953, con una giovane chiamata Palma Faloci con la quale, esattamente il 18 giugno 2003, ho festeggiato cinquant'anni di matrimonio e tuttora passo i miei giorni consumati.
Subito dopo essermi sposato, trovai lavoro in banca, ma come invalido: la guerra, infatti, non mi aveva lasciato soltanto una profonda sofferenza e ricordi terribili ma anche un enfisema polmonare e la sordità.
Ormai che ho ottantadue anni mi sono reso ancor di più conto di quanto sia inutile e disastrosa la guerra e di quante vittime può fare; spero soltanto che se ne renda conto anche il mondo.

Traduzione:
Gruppo di prigionieri di guerra del lager principale VIII A
Ospedale del lager
Il prigioniero di guerra italiano BECCHETTI Vittorio, numero di identificazione 93.118, viene
con ciò certificato che, essendo inabile al lavoro, è previsto per il trasporto in patria secondo la Convenzione di Ginevra del 1929. Una visita da parte di una commissione mista di dottori non ha avuto luogo.
Rapporto medico e decisione del primario:
Diagnosi: Tbc polmonare aperta
Valutazione: inabile al lavoro
Lì 30 dicembre 1944
Il primario
Ufficio Sanitario Superiore


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