history and memory

Vincenza Cafiso
Racconto di
VINCENZA CAFISO
trascritto dalla nipote Cecilia Nicoletti
Nacqui il 3 marzo 1920 a Ragusa, in Sicilia. Mio padre, Giorgio Cafiso, aveva combattuto come soldato semplice nel primo conflitto mondiale, militando nel quarantacinquesimo Reggimento della Cavalleria; durante la guerra era stato colpito alla testa da una scheggia di bomba, che per fortuna lo sfiorò soltanto. Morì di tumore quando avevo nove anni e lasciò sola mia madre Vincenza con cinque figli: io, che ero la più grande, mia sorella Palma, i miei fratelli Emanuele e Rosario e il più piccolo, Vincenzo, che aveva solo quindici mesi. Nel 1940 mi sposai con Francesco Bagiacchi. In questo stesso anno mi ricordo che una sera stavo ascoltando canzoni alla radio davanti al fuoco insieme a mia madre, quando improvvisamente il programma venne interrotto dalla voce del Duce che diceva proprio così: "Cittadini e cittadine, I'ora fatale è ormai giunta: oggi, 10 giugno 1940, l'Italia entra in guerra". Poi subito dopo ricominciarono le canzoni; non potrò scordarmi mai più queste parole! Due anni dopo mio fratello Rosario partì per il fronte. La nostra casa era situata in Via Montereo, al numero 13; ancora adesso mi ricordo questo indirizzo perché in quel luogo ho vissuto momenti bellissimi come la nascita delle mie figlie, ma anche momenti pieni di angoscia e di paura per i numerosi bombardamenti. Quando suonavano le sirene, dovevamo correre più velocemente possibile per arrivare ai rifugi sotterranei, che si trovavano a circa cento metri dalla mia casa. Quei rifugi erano talmente pieni di gente che si faceva fatica a respirare, i pavimenti erano sporchi, pieni di immondizia, le pareti erano sudice di olio, perché le mamme erano costrette a preparare lì dentro i pasti per i loro piccoli durante i momenti di allarme. Ricordo che stare in quel luogo mi procurava dei forti giramenti di testa, dato che non si sentivano altro che le urla dei bambini e delle donne che avevano paura. Si doveva rimanere in quell'inferno finché non suonava la seconda sirena, ma si usciva sempre con il terrore di rimanere sotto le bombe. Un giorno mi trovavo con mia madre a prendere l'acqua al pozzo, quando a un certo punto suonarono le sirene. Cominciammo a correre a più non posso, ma mia madre inciampò rompendosi una gamba; dopo un quarto d'ora riuscimmo a raggiungere i rifugi sotterranei, sfuggendo alle bombe: fu il quarto d'ora più lungo della mia vita.

Quando l'allarme terminava e si usciva di lì, si ricominciava la vita normale, che era davvero pessima: ogni mattina mi alzavo per andare a fare spesa con la "tessera" da cui dipendeva la nostra vita, perché dava diritto a ritirare pasta, zucchero, pane e, a volte, legumi, ma solo la domenica. Di notte dormivo solo due ore, perché avevo da accudire e proteggere la mia prima figlia, Maria. Poi, a un certo punto, arrivarono gli Americani e portarono il benessere dappertutto. Offrivano alla gente anche prodotti che per quel tempo erano un vero e proprio "lusso" come sigarette, cioccolato e zucchero. Mio marito, che non aveva preso parte alla guerra per le sue condizioni di salute, continuò ad ammalarsi anche dopo il termine del conflitto, contraendo tutte le malattie che potevano esistere: prima il tifo, poi la malaria e infine la spagnola, che non lo lasciò per circa due mesi. Intanto si ricominciava a vivere... e oggi mi trovo a raccontare la mia storia e a sperare che nessuno viva più momenti così drammatici.

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