history and memory

Serafino Piccioloni
Racconto di
SERAFINO PICCIOLONI
trascritto da Andrea Pitocchi e Abdelhalim Mordi
Nacqui a Leoncini il 3 dicembre del 1921. lo e la mia famiglia lavoravamo in un podere.
Inizialmente fui chiamato a svolgere il servizio militare a Firenze; poi, fui spedito in Montenegro a liberare i prigionieri italiani. Un giorno fummo attaccati da un gruppo di Montenegrini, che uccisero i dieci compagni che si trovavano con me sul furgone: io solo rimasi vivo, perché mi nascosi sotto la neve dietro a un faggio. Successivamente riuscii a raggiungere, insieme ad altri tre soldati, il monte Biocca e anche lì sfuggii ai nemici: tra tutti fui di nuovo soltanto io a salvarmi.
L'8 settembre del 1943 fui catturato dai Tedeschi e deportato in un campo di prigionia in Germania, dove c'erano prigionieri di guerra russi e polacchi ma anche ebrei.
Noi prigionieri vivevamo in condizioni pessime, lavoravamo dodici ore al giorno e, quando rallentavamo il ritmo, ci picchiavano; da mangiare ci davano solo dei pezzi di pane nero. Gli Ebrei si trovavano da un'altra parte del campo e subivano trattamenti peggiori dei nostri: mentre noi prigionieri di guerra non venivamo uccisi, gli Ebrei furono uccisi tutti.
Dopo l'arrivo dei Russi, diventammo loro prigionieri e fui portato in Ucraina. Per non morire di fame, andavamo a rubare la segale e il frumento nelle campagne per fare il pane. Poi nel 1945 i Russi ci vollero rispedire in Italia, ma i treni su cui viaggiavamo si scontrarono a Francoforte; Iì fummo costretti di nuovo a rubare nelle campagne, ma ci scoprirono e ci fecero disporre davanti a un muro per fucilarci. Riuscii a cavarmela anche in questa situazione fuggendo per le campagne. Solo in seguito incontrai dei soldati italiani che da Francoforte mi ricondussero insieme ad altri al Brennero.
Arrivammo a Pescantino, nei pressi di Verona, e anche lì fummo costretti a mendicare. Per fortuna nelle campagne trovammo delle donne che ci diedero il cibo per sopravvivere. Poi, seduto sul parafango di un camion, mi portarono ad Arezzo e da lì, alla fine della guerra, sono ritornato a Leoncini a piedi. Giunsi a casa in condizioni miserevoli, senza scarpe e con i vestiti completamente strappati.
Queste esperienze mi sconvolsero; da allora non smetto mai di ringraziare Dio per aver risparmiato la mia vita così tante volte.