history and memory

Rolando Sonaglia
Racconto di ROLANDO SONAGLIA
trascritto dalla nipote Letizia Caldari
Nacqui il 18 luglio 1934 a Pierantonio da modesta famiglia operaia. Mio padre si chiamava Sonaglia Giulio e mia madre Arcelli Pierina.
All'epoca del secondo conflitto mondiale, quando nel 1944 passò il fronte nelle nostre zone, io avevo solo dieci anni. Mio padre era dovuto andare a Bologna come panettiere al servizio dell'esercito, così rimasi da solo con mia madre e mio fratello Remo, di solo un anno.
Ricordo che i militari tedeschi non potevano fare quasi niente a noi civili, perché erano intenti a scappare dai militari inglesi e americani che li volevano bloccare.
L'episodio più pauroso che ho vissuto in quei giorni da inferno, è stato quando il paese fu mitragliato dai due eserciti in guerra. Mi trovavo in giro per Pierantonio con mio fratello in braccio e mia madre, quando cominciammo a sentire i rumori delle mitragliatrici; subito ci mettemmo a correre disperati senza meta per sfuggire ai colpi. Sulla nostra strada incontrammo un uomo che ci consigliò di metterci in un luogo sicuro. Raggiungemmo la vecchia fornace (che ormai oggi non è più in funzione), ci nascondemmo nel punto in cui di solito venivano messi ad asciugare i mattoni appena fatti e rimanemmo lì ad aspettare la fine della sparatoria.
Finiti quei bruttissimi momenti, convinti che ormai rimanere a casa non era più molto sicuro, tornammo a prendere lo stretto necessario e ci trasferimmo da mia zia ad Ascagnano. Rimanemmo lì per poco tempo, perché un uomo ci disse che era meglio andarsene, visto che la casa era proprio sotto la Villa di Ascagnano. Così, prese le nostre cose, mia madre, mio fratello e io ce ne andammo da quel luogo e ci trasferimmo in casa di un contadino che abitava in collina. Quando mio padre tornò da Bologna, perché era stato esonerato dall'esercito, decise di trasferirci di nuovo in un'altra casa di un altro contadino, suo amico, ancora più in collina. Per arrivarci, dovemmo passare attraverso un bosco. Durante il lungo tragitto notturno, fatto con un materasso in spalla, si mise a piovere; mio padre trovò una grotta dove ci riparammo tutti. Finita la pioggia, che durò solo pochi minuti, ci rimettemmo tutti in marcia verso la nostra ultima meta. Anche quest'ultimo contadino ci accolse molto volentieri. Ci fermammo da lui circa quindici, venti giorni, fino a quando il fronte, che era partito da Sud e si dirigeva verso Nord, non fu passato: solo allora potemmo tornare a casa. In quella brutta esperienza ho provato solo una cosa: tanta paura, una paura che di certo non mi scorderò mai.