history and memory

Rina Tiziani
Racconto di
RINA TIZIANI
trascritto dalla nipote Paola Giammarioli
Nacqui a Pieve d'Agnano il 19 febbraio del 1930, da una famiglia contadina. Quando cominciò la guerra, nel 1939, avevo solo nove anni, ma il conflitto, fortunatamente, giunse a Umbertide e a Pieve d'Agnano solo qualche anno più tardi. Proprio nell'anno più difficile per la nostra zona, il 1944, nacque mio fratello minore Franco.

Uno dei miei pochi ricordi fu quando bombardarono Serra Partucci. Il loro obiettivo era la stazione e credo che all'incirca abbiano lanciato cinque, sei o sette bombe. Vedevo gli aeroplani che sorvolavano e colpivano quella zona dall’imbocco della strada che parte da casa mia; io non avevo paura, ma mia madre mi urlava di entrare in casa. Sebbene contro voglia, fui costretta a rifugiarmi, ma quell'evento, se così si può definire, in qualche modo mi aveva affascinato.
Giorni prima avevo sentito da casa mia il frastuono causato dal bombardamento a Umbertide, ma non mi ero resa subito conto del disastro che aveva causato.
Ricordo che in un'altra occasione un soldato di colore, americano o inglese, si avvicinò di soppiatto e si rifugiò, a nostra totale insaputa, nel covone dove tenevamo i fasci di grano pronti a essere battuti. Mio padre, come era solito fare ogni mattina presto, andò al covone e qui, con grande stupore, vide quell'uomo che aveva tutti gli abiti sporchi e logori e qualche ferita superficiale sparsa qua e là per il corpo. Il soldato lo pregò di tenerlo con sé almeno per un giorno.
Egli acconsentì, a patto che la notte stessa se ne fosse andato via, infatti era pericolosissimo tenere un nemico dei Tedeschi in casa: se per caso lo avessero scoperto, sicuramente avrebbero ucciso tutta la famiglia. Gli offrimmo qualcosa da mangiare ed egli se ne andò a piedi proprio quella notte, secondo i patti. Non lo rivedemmo più.
I Tedeschi vennero a casa mia molte volte e in tutte le occasioni perlustrarono I'abitazione alla ricerca di qualche loro nemico. Una volta portarono via qualche gallina, come erano soliti fare durante le loro razzie.
Nel frattempo due miei zii partirono per la guerra. Uno, di nome Anselmo, era il marito di mia zia Marietta, sorella di mia madre. Questa abitava sola nei pressi di Umbertide, perché non aveva ancora figli e spesso andavo a trovarla a casa sua per farle compagnia. Faceva la contadina come me. L'altro mio zio, Angelo, era il fratello di mia mamma Annunziata; sembrava che fosse morto, ma poi un bel giorno tornò a casa e ancora oggi, all'età di novanta anni, è vivo.
In guerra, per fortuna, non morì nessuno di mia conoscenza, ma so che le vittime furono complessivamente milioni, in particolar modo tanti Ebrei. Spero che non vi siano mai più guerre nel mondo: sono atti inutili, che causano soltanto morti e dolore.
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