history and memory

Renato Monini
Racconto di
RENATO MONINI
trascritto da Giulio Citti
Nacqui il 5 giugno del 1924 a Montone; in casa eravamo diciotto persone e lavoravamo a mezzadria. Il padrone era il sig. Onofri e il podere era denominato "Boschi", ma generalmente veniva chiamato "Trippalarga". All'età di circa sette anni mi trasferii a Coldipozzo con la mia famiglia.
Quando la guerra arrivò nel nostro paese, ero ormai un giovanotto e potevo essere chiamato alle armi da un momento all'altro e, infatti, dopo l’armistizio dell'8 settembre e l'instaurazione della Repubblica di Salò, i Tedeschi e i fascisti affissero dei manifesti per la chiamata alle armi delle classi ’23-'24-'25. Insieme ai miei amici decisi di non presentarmi e per una settimana diventammo disertori. Ci rifugiammo nella macchia il 22 settembre nella zona di San Faustino, tra Pietralunga e Montone, che però era piena di posti di blocco organizzati dalla milizia fascista, perché c'erano molti partigiani; ci fu un grande rastrellamento e venne pure ucciso il tenente Bologni. Noi fummo presi dalla paura e ci recammo alla caserma di Perugia "Biordo Michelotti", in Via Borgo 20 giugno, al 51° Reggimento Fanteria, per rispondere alla chiamata alle armi.
Venimmo passati al "Servizio del Lavoro", sempre a Perugia e, in occasione della festa di Pasqua, ci concessero una licenza. Prendemmo il treno che, purtroppo, si fermò a Ponte Valleceppi; ci fecero scendere e fummo costretti a tornare a casa a piedi: arrivammo proprio la mattina di Pasqua, alle cinque. Saremmo dovuti tornare il lunedì mattina, ma, visto che la voglia non ci accompagnava, andammo a Montone ai festeggiamenti in onore della S. Spina. Tornammo in caserma il martedì e quindi ci prendemmo una bella punizione.
Il 25 aprile gli Alleati bombardarono il ponte sul Tevere a Umbertide, ma, come tutti sanno, sbagliarono traiettoria e colpirono il quartiere San Giovanni causando la morte di più di settanta persone. Due ore dopo il bombardamento, io e i miei compagni del "Servizio del Lavoro" fummo chiamati a togliere le macerie e a raccogliere i corpi delle vittime. Lavorammo tutto il giorno; era ormai sera e aveva cominciato a piovere, quando improvvisamente sentimmo uno strano rumore, che ci sembrò quasi il miagolio di un gatto. Iniziammo subito a spostare le macerie dal luogo da cui proveniva quel suono, quando tutto a un tratto ci accorgemmo che si trattava di una ragazzina ancora in vita. Appena riuscimmo a tirarla fuori, lei, che era in condizioni pessime, disse con una voce flebile: "Mamma, ho sete!"; poco prima avevamo trovato sua madre morta sotto le macerie.
Continuammo a scavare per altri giorni ancora; la sera andavamo a dormire stanchi morti all'asilo di Via Garibaldi e tutte le mattine il tenente Merolli ci faceva l'appello in Piazza Matteotti prima di iniziare il lavoro. Talvolta venivano organizzate anche delle esercitazioni per renderci pronti in caso di nuovi bombardamenti: il tenente Merolli ci faceva mettere proni, con i gomiti e la punta dei piedi a terra, senza appoggiarvi nessun'altra parte del corpo; con le mani ci faceva proteggere le orecchie.
Alcuni giorni dopo il bombardamento mio cugino Giovan Battista Alunni non rispose all'appello e mi diedero il compito di andare a cercarlo. Allora mi incamminai verso Montone e, arrivato al negozio di biciclette del mio amico Magrini, ne presi una e mi diressi a casa di mia zia, a San Clemente. Lì vidi mio cugino sbiancato dalla febbre, probabilmente era stato tutto lo sconvolgimento di quei giorni; dovevo quindi tornare a Umbertide per informare il tenente.
Appena uscii di casa, vidi dodici aerei arrivare da Monte Acuto e bombardare il ponte del Tevere. Tornai subito a Umbertide, riconsegnai la bicicletta a Magrini e mi incamminai verso l'asilo; qui non trovai nessuno, in quanto erano andati tutti al ponte a togliere le macerie. Mi prese il panico, raccolsi la mia roba nello zaino e mi avviai a piedi verso Montone; a Santa Maria da Sette incontrai un camion che mi riportò a casa, a Coldipozzo.
Oggi, ripensando a quei giorni, mi sembra di provare la stessa paura, mitigata però dalla gioia di avere ancora con me alcuni dei miei compagni con cui ricordare anche i momenti più belli e fare quattro risate riportando alla memoria le nostre avventure da "disertori".
Canzone scritta da Renato Monini nel settembre del' 43
a ricordo della settimana trascorsa da disertori:
DISERTORI
Eravamo le classi più belle
si era noti perfino alle stelle,
il comando tedesco ci ha chiamato,
noi per risposta; abbiam disertato.
Tra di noi l'accordo fu fatto,
ci decidemmo a muovere il passo,
verso la macchia ci demmo disertori,
e le studiammo di tutti i colori.
Alla partenza eravam sei banditi,
ed il nome bisogna che vel dichi:
Cacagnespole, Baffo, l'Anguilla,
lo Ziro, Napoli e il signor Calabrilla.
Di più matti al mondo non se ne trova,
ognun di noi può darne la prova,
se d'intorno a una ragazza si andava,
schietta ognuno la prova ne dava.
Il ventidue settembre tutti si partiva
e la squadra in silenzio ne giva,
questi figlioli che eran bene avezzati
dovevano andar tutti quanti imboscati.
Il primo giorno si passò in allegria,
tra una siepe e lontan dalla via,
si prese acqua, mandammo accidenti,
ed eravamo ugualmente contenti.
Ma alla sera ti arrivan di botto,
donne e ragazze a fare il complotto,
che discutevano sedute per terra,
illustrandoci il piano di guerra.
E due della cricca si eran venduti,
perché facevano i belli e i piaciuti,
son questi Baffo e lo Ziro da l'oio,
che caddero subito in mezzo all'imbroglio.
Non ha ceduto il gentil Calabrilla,
e con lui si schierò anche l'Anguilla,
Cacagnespole nemmen ci saluta,
ché la sua donna non era venuta.
A notte fonda però siam partiti,
e per strada ci siam poi divisi
affidandoci in grembo al destino,
ma col cuore eravamo vicino.
Ora vi narro del giorno seguente,
che da Levante si andò verso Ponente,
si lasciò macchia ed alcuni compagni,
c'erano in giro insidie ed inganni.
Restammo in tutto quattro rampolli,
per i tedeschi eravam come polli,
scendemmo poi nella Val Tiberina
era quasi scuro, di prima mattina.
A malincuore come sempre si usa,
ci dividemmo poi verso la chiusa,
ecco il quartetto: Baffo e l'Anguilla,
il signor Ziro e il gentil Calabrilla.
Abbiam lasciato quel caro pignolo,
che è ritornato a Trippalarga da solo,
Cacagnespole è chiamato per nome,
residente in quel di Montone.
Anche Napoli ha scelto un nuovo destino,
non si sa se è lontano o vicino,
che la fortuna li segua davvero,
e li accompagni durante il sentiero.
Sciampanato il complotto dei quattro,
si rifugiò presso un campo di tabacco,
a forza di ridere e dir scioccherie,
si passò con mano alle segherie.
Più tardi sbuca la pora Pierella,
che rosseggiando faceva la bella,
ma ci fece un grande piacere,
carreggiandoci sempre da bere.
In quanto al battito della baionetta,
si mangiò più volte ma sempre di fretta,
si schiacciò noci, si assaggiò moscatello,
si finì il vino ma non l'acetello.
E le ore non passavano mai,
con queste vecchie eravamo fra i guai,
parlavano sempre, parlavano in massa,
ma non compariva alcuna ragazza.
La più bella successe in serata,
che si concluse in una grande risata,
l'Anguillotto col solito orgoglio,
la fece in tasca allo Ziro da l'oio.
Arrivammo così al terzo giorno,
e ci stabilimmo lungo il patollo,
la vita brutta allor cominciava,
né si beveva, neppur si mangiava.
Fino alle cinque non si assaggiò niente,
e già il sole calava a Ponente,
queste donne ci mandano in banda,
perdono il tempo a far propaganda.
Quando ad un tratto si vede spuntare.
due donne aventi in mano il mangiare.
allor noi tutti allegri e contenti,
divorammo tutto in quattro momenti.
Uno di noi era rimasto a guardare,
perché il fagotto non vide arrivare,
poi d'improvviso si vede sul fosso,
la sorella del nostro Anguillotto.
Se ne andarono i nostri parenti,
per il momento eran finiti gli stenti,
ed allor fino a tutto il combruno,
giocammo a briscola ed a centocinquantuno.
Alla sera un gran vento tirava,
e nessuno al casolare tornava,
andammo piano, con massima calma,
vestiti dormimmo in una capanna.
Con l'arrivo del comando tedesco,
tutte le notti prendiamo 'sto fresco,
di giorno battiam le campagne,
con poco pane ed alcune castagne.
La sera i fettoni mandavano odore,
ma i nostri panni poco calore,
con la stanchezza però si dormiva,
e la domenica intanto veniva.
Or vi racconto del giorno di festa,
lente le ore, la giornata più mesta,
le ragazze intorno ci facevan cilecca,
noi tutti sporchi e loro in toletta.
Sottovoce con poco rumore,
non era il tempo per fare all'amore,
in gran silenzio sdraiati ed inerti,
per la paura di esser scoperti.
Le donne hanno un grande malanno,
san le notizie, perché paton d'affanno,
e sia di notte maggiormente di giorno,
continuamente ti ronzano intorno.
Lo Ziro, Baffo e il Sor Calabrilla,
eran nel capanno insieme all'Anguilla,
tutti insieme ancor queste "birbe"
ecco due femmine insieme all'Ilde.
Il dispaccio che hanno portato,
era urgente e raccomandato,
così le gambe guadagnavan terreno,
come se dietro c'avessero ‘l treno.
Lo Ziro fuggiva come un leprotto,
con a ruota il nostro Anguillotto,
che già stanco e mezzo spiedato,
lungo il tragitto rimase staccato.
Ci rifugiammo in un posto sicuro,
per tutto il giorno e fino allo scuro,
quando ad un tratto si sente chiamare,
e tutti quanti dovemmo tornare.
La zona fu di nuovo battuta,
da tedeschi e fascisti a insaputa,
ritornammo così fuoriusciti,
non più insieme, ma stavolta divisi.
E con quest'atto che cade la tela,
e alle donne si rivolge preghiera,
di stare calme, di starsene buone,
così saran salve molte persone.