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Paolo Giallongo

Racconto di
PAOLO GIALLONGO
trascritto da Jessica Rinaldi

Nacqui il 4 gennaio 1918 ad Avola (Siracusa). Vivevo con i miei genitori: mio padre era commerciante di mandorle, mia madre casalinga.


Fig. n.1: Paolo Giallongo in uniforme
Fig. n.1: Paolo Giallongo in uniforme

Quando l'Italia entrò in guerra, io stavo facendo il servizio di leva e mi trovavo vicino al confine francese; mi ricordo che Mussolini dichiarò guerra alla Francia il 10 giugno 1940. Combattei al confine francese per dieci giorni, dopo di che fui inviato in Albania.

  M'imbarcai a Brindisi e sbarcai a Valona, in Albania; qui gli Inglesi, per tentare di fermarci, ci spararono un grosso colpo di cannone che spezzò la nave in due parti diseguali. lo fui molto fortunato, dato che mi trovavo nella parte più grande che non andò subito a picco, quindi ebbi il tempo di mettermi in salvo.

  Ci spostammo verso Tepelena, dove sopravvivemmo in pochi a un attacco terribile in cui perdemmo quarantadue soldati e ottanta rimasero feriti. Molti battaglioni furono completamente distrutti.

  I Tedeschi, nel frattempo, occupata la Francia, si erano spostati in Grecia, invece alcuni di noi furono trasferiti in Africa settentrionale. Sbarcammo a Tunisi. Nel primo scontro gli Inglesi ebbero la meglio su di noi, infatti fecero prigioniero il nostro capitano con quaranta soldati; durante la battaglia che seguì, io riuscii a scappare con trenta compagni e, seguendo il lungomare, arrivai a Tunisi. Qui gli Inglesi ci fecero prigionieri e ci fecero lasciare a terra le nostre armi: non so proprio descrivere la paura che provai in quel momento.

  Come prima tappa ci portarono in un campo di concentramento provvisorio; dopo alcuni giorni ci caricarono su di un camion in Algeria e ci portarono a Costantina, dove fummo sottoposti a frequenti interrogatori e dove furono uccisi alcuni miei commilitoni. Rimasi a Costantina per qualche settimana, finché mi ammalai di dissenteria a causa della scarsa igiene e dell'acqua sporca, che eravamo costretti a bere. Allora mi ricoverarono all'ospedale militare, dove rimasi per circa venticinque giorni quasi senza toccare né cibo né acqua, tanto che da settantadue chili arrivai a pesarne solo quarantotto.


Fig. 2: Paolo Giallongo con un commilitone
Fig. 2: Paolo Giallongo con un commilitone

Successivamente fui trasferito su una barella e portato con un treno a Casablanca; con me viaggiavano dei soldati feriti che, solo a guardarli, veniva da piangere e che venivano alimentati grazie a un tubicino inserito in gola.

  Venne l'8 settembre, quando l'Italia si arrese firmando l'armistizio. Io mi  trovavo in un campo ospedale di Algeri, dove riuscii a guarire. Poi un capitano italiano mi aiutò, portandomi nel campo di prigionia numero 131 a Orano, sempre  in Algeria. Qui gli ufficiali inglesi ci riferirono che ora dovevamo combattere contro i Tedeschi; noi accettammo e, dopo venti giorni, fummo imbarcati su una piccola nave che ci portò a Marsiglia, in Francia. In realtà avevamo accettato soprattutto perché ci avevano promesso una ricompensa di ottanta centesimi di dollaro. Mentre gli Americani stavano avanzando da Sud, noi entrammo in Germania e, dopo circa dieci mesi, riuscimmo a penetrare in Italia da Bolzano. La guerra era ormai finita e noi cambiammo in lire il denaro guadagnato, che poi riportammo a casa. Allora avevo ventisette anni.

  Grazie a Dio, ritornai sano e salvo per riabbracciare la mia famiglia e soprattutto la mia futura moglie che, quando mi vide, mi abbracciò e mi chiamò “Eroe".

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