history and memory

Manlio Caracchini
MANLIO CARACCHINI
Notizie trascritte dalla nipote Claudia Picottini
Manlio Caracchini nacque a Città di Castello il 21 ottobre 1915, da famiglia contadina, che successivamente si trasferì a Trestina e poi a Molino Vitelli. A un certo punto il podere dove lavoravano era diventato troppo piccolo per il numero di membri della famiglia, per cui furono di nuovo costretti a trasferirsi, questa volta a Santa Maria da Sette. Manlio è deceduto il 20 settembre 1990.

Queste notizie sulla sua esperienza bellica provengono dai ricordi di uno dei suoi figli, Giovanni (Gianni) Caracchini.
Quando Manlio fu richiamato alle armi, dovette subito partire per Ancona e non ebbe il tempo di salutare nessuno, soprattutto non poté vedere Aldina, la sua fidanzata. Giunto ad Ancona, venne a sapere che di lì a qualche giorno si sarebbe dovuto imbarcare per Fiume, ma per il momento gli furono lasciate alcune ore di libertà. Nel frattempo aveva incontrato un ragazzo di Gubbio; entrambi ebbero un'idea pazza: presero due biciclette e tornarono nei rispettivi paesi, correndo come forsennati. Manlio impiegò poco più di due ore e mezza per giungere dalla sua amata. Si fermò due o tre ore, poi ripartì di gran carriera per la sua destinazione. Molti anni dopo avrebbe incontrato di nuovo quel suo compagno di avventure e con lui avrebbe ricordato la grande faticata per tornare a casa in bicicletta.

Venne il giorno della partenza per Fiume. Rimase in questo luogo per molti mesi, finché non seppe che avrebbe dovuto raggiungere l'Etiopia, I'Abissinia, come la chiamava sempre lui, quando raccontava la sua storia. Durante il viaggio di trasferimento fu fatto prigioniero dai Tedeschi: era il 12 settembre 1943, quattro giorni dopo l'armistizio. Fu caricato su un treno e condotto in un campo di concentramento in Germania. Venne assegnato al lavoro in miniera, dove doveva caricare il carbone sui carrelli. Ora accadde che si trovò in coppia con uno slavo, che però era molto lento nello svolgere il suo lavoro, per cui succedeva spesso che i carrelli, che passavano in continuazione, ripartissero mezzi vuoti, pertanto i due venivano frustati frequentemente. Un giorno Manlio, stanco di dover essere punito per I'altro, fu preso da un momento d'ira e cercò di colpirlo con la pala. Questi riuscì ad accovacciarsi evitando il colpo; purtroppo, però, la pala si conficcò trasversalmente fino a metà di una delle travi verticali che reggevano la galleria. I Tedeschi lo presero subito, lo spogliarono nudo, lo legarono a un palo di legno e lo lasciarono per parecchi giorni lì senza mangiare, facendogli ingerire in continuazione olio di ricino. Quando fu liberato, di lui non restava più quasi niente; dalla fame incredibile mangiava le bucce di patate scartate dai Tedeschi, che in quel momento, come diceva spesso, erano vere e proprie bistecche.

Qualche tempo dopo si verificò una forte esplosione e una scheggia gli penetrò in un rene. Fu operato in un ospedale militare tedesco: dietro la schiena gli rimase per tutta la vita un buco dentro il quale poteva entrare il pugno di un uomo. Per molto tempo fu trattenuto in ospedale, dove venne trattato abbastanza bene e in particolare conservò sempre vivo il ricordo di una crocerossina che fu molto gentile con lui.
Quando fu liberato e poté tornare a casa, pesava soltanto trentasette chili. Oltre alle foto, è stato possibile recuperare anche un documento autografo scritto a matita da Manlio, ma ormai quasi illeggibile. Si tratta di alcune brevi annotazioni a ricordo della prigionia, da cui si possono ricavare la data della cattura, alcune notizie sul viaggio, anche se i luoghi non sono leggibili, e la notizia che il 1 ottobre arrivò a destinazione in un campo collocato in montagna a circa 1000 m. di altitudine. Risultano ancora visibili le annotazioni delle date in cui inviava o riceveva una lettera.


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