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Umbertide

history and memory

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Ines (Maria Montanucci)

Racconto di
INES (MARIA) MONTANUCCI
trascritto dalla nipote Claudia Picottini

Nacqui a Montecastelli il 29 maggio 1916 da una famiglia di semplici contadini, terza di cinque figli. Mio padre ci lasciò presto morendo a soli quarantanove anni di un male incurabile. Noi rimanemmo in balia delle dure leggi del mondo contadino di un tempo, perché ormai da soli, senza le braccia di un uomo, non eravamo più utili al proprietario della terra che lavoravamo e fummo costretti a trasferirci a Pian d'Assino: era il 1930 e io avevo circa quattordici anni. Qui cominciammo a ricostruire la nostra vita e riuscivamo ad andare avanti raccogliendo fieno e legna con nostra madre. All'età di sedici anni cominciai a lavorare presso lo stabilimento dei tabacchi di Umbertide, i tabacchi Tito Buccolini, che successivamente sarebbero stati distrutti dalle truppe tedesche in ritirata nel luglio del 1944. Vi lavorai fino ai ventiquattro anni: per i primi quattro anni mi recai al lavoro a piedi, in seguito riuscii a procurarmi una bicicletta usata, che divenne il mio nuovo mezzo di trasporto.


Amedeo e Ines Picottini
Amedeo e Ines Picottini

Intanto la mia famiglia venne colpita da un altro dolorosissimo lutto. Mio fratello Pietro era partito per la guerra d'Etiopia, tanto voluta da Mussolini; al suo termine decise di rimanere laggiù come militare per guadagnare qualche soldo da poter inviare a casa. Un giorno fu colto da un attacco di appendicite che degenerò in peritonite; trascorse tutta la notte su un carro per essere trasportato all'ospedale più vicino, ma arrivò morto. Il suo corpo è rimasto in Africa: non avevamo abbastanza soldi per poterne pagare il trasporto.


Giuseppe figlio di Amedeo e Ines
Giuseppe figlio di Amedeo e Ines

Avevo diciotto anni quando mi fidanzai con Amedeo Picottini, che tutti chiamavano Vittorio, secondo l'usanza tipica del tempo di chiamare le persone con nomi diversi da quello di Battesimo. Ci sposammo il 27 aprile del 1940. Dopo soli ventisette giorni mio marito fu richiamato alle armi con destinazione Rimini, dove fu inserito nel cinquantaseiesimo Reggimento artiglieria, divisione fanteria “Casale" e da lì, qualche mese dopo, venne trasferito a combattere in Grecia. Era un giovane molto forte e robusto, per questo lo assegnarono all'artiglieria pesante.


Amedeo Picottini fotografato in uniforme accanto a un cannone
Amedeo Picottini fotografato in uniforme accanto a un cannone

Durante la guerra contrasse la malaria e poté tornare a casa con una licenza di quaranta giorni. Fu proprio durante una delle licenze che rimasi incinta. La notizia giunse a Vittorio quando si trovava di nuovo al fronte e stentò a crederci.

Vide per la prima volta nostro figlio, Giuseppe, quando aveva ormai tre mesi: mi ricordo ancora che al suo ritorno si fermò sulla porta di casa, si spogliò di tutti gli abiti di guerra e si precipitò a prendere in braccio nostro figlio.

Il tempo passava, I'Italia firmò l'armistizio e Vittorio, stanco della guerra e soprattutto riluttante a combattere a fianco dei Tedeschi, decise di non tornare più nell'esercito; spesso venivano a cercarlo, ma lui riusciva a nascondersi in tempo.

Arrivò il 1944 e con esso il passaggio del fronte. Quando il 25 aprile di questo stesso anno bombardarono Umbertide, mi trovavo lungo una strada a falciare l'erba. Appena mi resi conto di ciò che stava succedendo, presi in braccio mio figlio e mi misi al riparo; poco dopo salimmo su di una collina da cui si vedeva il fumo provenire dal centro del paese. Dopo Umbertide gli Alleati bombardarono il ponte sul torrente Assino e le schegge delle bombe finirono persino nel campo di Natali, che era il nostro padrone; successivamente fu la volta della stazione di Serra Partucci.


Il rischio stava diventando eccessivo e così fummo costretti a sfollare in un posto più sicuro. Ci rifugiammo a Montelovesco, in un luogo ben nascosto; portammo con noi alcuni dei nostri animali, qualche cosa da mangiare, dei materassi e persino il baule della mia dote, che avemmo l'idea di sotterrare vicino alla casa dello sfollamento. Ci ritrovammo in circa venti persone provenienti da diverse parti, persino da Pierantonio; dormivamo insieme in un unico grande ambiente di questa casa in rovina, che aveva il pavimento crollato in alcuni punti, dai quali si poteva vedere la stalla sottostante con gli animali.

Solo i genitori di Vittorio ebbero il coraggio di restare a casa, nel tentativo di difendere le poche cose che possedevano. Vittorio e sua sorella Luisa facevano continuamente da spola tra il nostro rifugio e Pian d'Assino, dove si recavano per rifornirsi di viveri. A casa nostra, nel frattempo, si erano stabiliti alcuni tedeschi che ci presero quasi tutto, ma permisero che Vittorio continuasse a riportarci del cibo. Purtroppo rovinarono molte cose ed erano pericolosi perché facevano violenza alle donne: provarono a dar fastidio persino a mia suocera.

Dopo qualche tempo, non mi ricordo precisamente quando, tornammo tutti a casa e ci recammo insieme a piedi a Umbertide a vedere i danni causati dalle bombe e le rovine del centro storico; mi ricordo ancora che in quell'occasione mio marito portava Giuseppe sulle spalle.

A casa nostra veniva spesso un soldato di colore che ci portava grosse scatolette di carne e che si era innamorato di Luisa, tant’è vero che un giorno si rivolse a mio suocero con queste parole: "Papà, io morire, se non morire, tornare a prendere Luisa". Non lo rivedemmo più.

Nel dicembre dello stesso anno Vittorio dovette recarsi, al posto di uno dei suoi fratelli, oltre il cimitero di Camporeggiano a recuperare insieme al padrone una macchina per la battitura, che era rimasta abbandonata in un fosso durante il passaggio delle truppe. Una volta sul luogo, insistette per trovare nelle vicinanze un paio di bestie da soma per rimettere la macchina sulla strada, pronta per quando fossero ritornati a prenderla con i loro animali. Mentre era intento in questa operazione, passò per quella strada, che al tempo era molto stretta, un carrettiere di Niccone. Vittorio si spostò per lasciarlo passare, ma la macchina finì proprio sopra una mina lasciata dai Tedeschi in ritirata; mio marito, sotto gli occhi del padrone, fu completamente dilaniato da quello scoppio. Era l’11 dicembre 1944; di quel momento mi resta solo un lacero foglio di licenza, I'ultima, che portava sempre con sé. Il suo corpo fu momentaneamente sistemato al cimitero di Camporeggiano; non mi fu permesso di andarlo a vedere, sarebbe stato un dolore troppo grande, ma mi ricordo ancora i volti sconvolti e le lacrime dei suoi fratelli, che tornavano a piedi dal cimitero.

Nostro figlio aveva due anni e tre mesi e aveva trascorso pochissimo tempo con suo padre a causa di una guerra insensata. Quando il suo corpo venne tumulato al cimitero di Umbertide, sulla lapide facemmo scrivere queste parole: "Sulla strada del ritorno dal lavoro una mina nascosta dal tedesco in ritirata troncò la sua giovinezza, lasciando nel pianto la moglie, il figlio, la famiglia".

Vittorio aveva solo ventinove anni; avremmo potuto avere una vita davanti a noi, ma non ci fu permesso e io dovetti farmi forza e continuare a vivere per amore di mio figlio.



Immagini n. 4-9: ll frontespizio di un documento militare appartenuto ad Amedeo Picottini: si tratta di un opuscolo del 1942, distribuito dal comando superiore delle Forze Armate in Grecia ai comandanti di squadra per informarli sui pericoli della guerriglia greca. A seguire le prime pagine dell'opuscolo.



Intendo che tutti gli uomini della tua squadra conoscano, dalla tua voce, il contenuto di queste poche pagine e che tu, convinto di quello che vi leggerai, possa in ogni momento della giornata e della notte sentirti sicuro e tranquillo, come istruttore e come comandante.

-     Me ne accerterò di persona nelle mie visite al tuo reparto.

-     Non illuderti, anche se nel tuo presidio la popolazione è tranquilla e sembra apprezzare la tua presenza, che essa non ti sia profondamente nemica. Se si presentasse l'occasione sarebbe pronta, sta certo, ad usare le armi anche contro chi, come te, le ha offerto, col cuore alla mano, parte del suo pane.

-    Non credere che sulle coste tranquille sulle quaIi devi costantemente vigilare, il pescatore attenda alla sua rete e la barca, apparentemente innocua, ad assicurare soltanto il normale traffico pacifico tra i piccoli centri del litorale. Probabilmente il pescatore è un subdolo informatore e la sua barca il mezzo per meglio sfuggire al controllo e prendere contatto col nemico.

-     Non credere che la tua condotta irreprensibile, la tua generosità servano a conquistare la definitiva considerazione, la stima e l'affetto dell'elemento locale che quotidianamente avvicini nelle ore libere e che ti sembra amico. Quasi certamente egli cerca di raccogliere notizie per darne comunicazione a chi poi se ne varrà ai danni tuoi e del tuo reparto.

     Convinciti, quindi, che hai nemici da tutte le parti, dentro e di fuori. Non dimenticarlo mai. Potresti amaramente scontare l'errore e alla sorpresa non potresti reagire, come io voglio, perchè l'ltalia lo vuole: immediatamente e severamente contro tutti, senza pietà.

È bene perciò che tu sappia la verità per evitare di essere ingannato.


Di dentro.

Senza che tu lo sappia, vicino a te, al tuo comando, alle tue armi, al deposito, al magazzino, al ponte, al binario, alla miniera e alla fabbrica che tu guardi di giorno e di notte, vive un'organizzazione oscura pronta a cogliere un tuo momento di distrazione per prenderti alla sprovvista, per sopprimerti, per distruggere o danneggiare l'opera che tu salvaguardi. Queste organizzazioni, numerosissime nei paesi balcanici, sono bene armate e addestrate alla guerriglia; composte di uomini decisi a tutto. Nei loro regolamenti (hanno come noi dei regolamenti che conoscono ed applicano con ottimo addestramento) leggo testualmente questo ordine: «devi buttarti sul nemico, rapido e silenzioso come una belva affamata».

Contro di lui tu devi reagire con la forza e la ferocia del cane da pastore che difende il gregge. E non cercano solo la sentinella isolata, il piccolo corpo di guardia distaccato, ma il presidio militare di forza maggiore; il reparto di una certa consistenza, accantonato, fermo, in marcia e, se il caso favorevole si presentasse, l'attacco iniziale sarebbe pronto a dilagare come una macchia d'olio e come una fiammata per una grande zona, per tutto il paese.

Se invece al primo cenno di offesa, al primo tentativo anche minimo, la tua reazione sarà prontissima e dura, si accorgeranno subito con chi dovranno trattare, e quanto sia pericoloso turbare, anche con un solo gesto aggressivo, quella pace che noi manteniamo con severa giustizia verso tutti, con generosa considerazione delle necessità del paese, ma soprattutto con la forza inflessibile delle nostre armi.


Di fuori.

Il nemico ha in questi ultimi tempi effettuato infruttuosi tentativi di sbarco in Norvegia e in Francia. Perchè non dovrebbe giocare l'avventura anche sulle coste greche? Non sceglie sempre le zone ove sa che la popolazione sarebbe disposta, se l'azione iniziale riuscisse, a concorrervi, provocando turbamenti interni?

Non promette a tutti i paesi occupati, per tenerseli amici, una liberazione che non viene mai, ma alla quale tanti illusi credono ancora?

E qui in Grecia non cerca di aerorifornire i pochi sbandati che, per miracolo, sono sfuggiti - ancora per poco alla certa cattura o i gruppi di banditi greci che si sono dati alla campagna?

Non organizza gli espatrî clandestini; non cerca di inviare, con sommergibili o pescherecci, agenti informatori nel nostro territorio di occupazione?

È opportuno quindi prendere in esame queste possibilità. Ben vengano, se vogliono avere il fatto loro. La nostra difesa costiera è sempre vigile ed attenta ed i comandi e i reparti sanno quello che c'è da fare.

Tu però devi concorrere in ogni momento della giornata e della notte ad osservare, riferire e se del caso reagire con le tue armi e quelle del tuo reparto con la massima decisione, fermo al tuo posto qualunque cosa avvenga, pronto sempre a nulla lasciare d'intentato per ricacciare il nemico che tenti uno sbarco. È bene perciò che tu conosca a tempo, per regolarti su quello che devi fare al momento opportuno, quali sono i sistemi che di norma usano: i nemici interni per tentare azioni di guerriglia; i nemici esterni per effettuare tentativi di sbarco.


1) METODI USATI DALLE BANDE ARMATE PER LA GUERRIGLIA


  • L’azione si basa sempre sulla sorpresa.

  • Tutti i componenti sono uomini arditi e forti.

  • Ognuno conosce il proprio compito e quello dell'unità alla quale appartiene.

  • L'attacco si svolge quasi sempre di notte. Se riesce, può anche proseguire di giorno, ma ciò è eccezionale.

  • L'attacco si ripromette di disorientare il difensore, creare panico e nervosismo ed è sempre breve, violento, di tutta forza, combinato di dentro e di fuori.

  • Si organizza e si svolge, in genere, nel modo seguente:

Deciso il momento opportuno dell'aggressione, e cioè quando si conoscono minutamente forza ed abitudini del presidio; quando il terreno è stato più volte riconosciuto; quando informatori civili hanno fornito tutte le notizie possibili e altri emissari sono pronti ad agire dall'interno in caso di successo; la banda si divide in gruppi e nel massimo silenzio, scarpe e parti metalliche fasciate, nessuna luce, avanzando con cautela, si avvicina strisciando al posto da assaltare.


Il foglio di licenza che Amedeo Picottini aveva con sé al momento della morte; sono evidenti i segni dell'esplosione.
Il foglio di licenza che Amedeo Picottini aveva con sé al momento della morte; sono evidenti i segni dell'esplosione.



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