history and memory

Giuseppa Ceccarelli
Racconto di
GIUSEPPA CECCARELLI
trascritto dalla nipote Manuela Monini
Nacqui il 28 novembre 1917 da una famiglia di contadini. Io e mio marito, Giuseppe Bottaccioli, ci sposammo il 28 ottobre 1940 e andammo ad abitare in Via Romeggio, vicino a Villa Ticchioni.
Il 6 dicembre 1940, mio marito, che al tempo aveva ventotto anni, fu chiamato alle armi e dovette partire. Andò a Fano, da dove dopo alcuni mesi sarebbe dovuto partire per la Russia. Per fortuna mi venne un'idea che lo salvò: dato che mia suocera era malata, pensai di inviare a suo nome una lettera al capitano della compagnia di mio marito, che gli concesse una licenza di un mese, permettendogli di sfuggire alla campagna in Russia. Successivamente fu inviato in Jugoslavia e, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, fu fatto prigioniero dai Tedeschi e condotto in Austria, dove lavorò in una fabbrica per la produzione di armi. Rimase lì fino al termine della guerra, cioè fino al mese di aprile del 1945.
Per fortuna tornò a casa sano e salvo all'età di trentatré anni: era molto provato dalle sofferenze e dalla fatica, tanto che pesava soltanto quarantacinque chili.
Mentre Giuseppe si trovava in guerra, il fronte si era avvicinato a Umbertide e il 25 aprile 1944 ci fu un'incursione aerea, che provocò tantissime vittime. Quella mattina mi trovavo proprio a Umbertide in Piazza Matteotti, precisamente in Comune, dove mi ero recata per ritirare la tessera che serviva per fare spesa. Qui trovai due mie amiche, Ada e Piera Bruni. Proprio nel momento in cui stavo ritirando la tessera, i vetri della stanza andarono in frantumi e caddero sopra di me; mi divincolai e cominciai a fuggire per le scale. Mentre scendevo, incontrai di nuovo Ada e Piera, che mi condussero a un'uscita meno pericolosa di quella principale; una volta fuori dall'edificio, corsi verso la campagna e mi rifugiai in una casa finché non cessarono i bombardamenti. Subito dopo mi diressi verso casa mia, dove tutti mi stavano aspettando angosciati e temevano che fossi morta, infatti mi erano già venuti a cercare, ma non mi avevano trovata, poiché si erano diretti dalla parte opposta rispetto a quella in cui mi trovavo io.
Dato che una bomba di cinque quintali era caduta anche vicino a casa mia e non ci sentivamo per niente al sicuro, perché ci trovavamo proprio sotto la rotta seguita dagli aerei, durante la notte lasciammo la nostra casa per andare a Migianella. Appena giungemmo là, arrivò una compagnia tedesca con una grande cucina da campo, quindi fummo costretti a ripartire per andare in un luogo ancora più lontano e isolato, sempre nel territorio di Migianella. Rimanemmo lì per tre mesi e ricordo che ero costretta a dormire all'interno di una capanna vicina alla casa dove ero stata ospitata e ogni volta che mi sdraiavo su quel giaciglio di foglie temevo che la mattina seguente non ci sarei più stata, perché ero terrorizzata dall'idea di altri bombardamenti o di rappresaglie: infatti i Tedeschi avevano cominciato a rastrellare le zone intorno a Umbertide e avevano compiuto tremende stragi a Serra Partucci e Niccone.

Ancora oggi, se provo a ricordare tutti quei momenti drammatici, mi vengono i brividi, poi penso che ora tutto è passato e continuo a guardare alla vita con speranza.
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