history and memory

Giovanna (Gianna Bottaccioli)
Racconto di GIOVANNA (GIANNA) BOTTACCIOLI trascritto da Claudia Picottini
Nacqui il 12 aprile 1934 a Umbertide.
Abitavo in Via Cibo al numero 23. Mio padre Lazzaro, che faceva il calzolaio e lavorava in casa, si raccomandava sempre con i clienti affinché stessero attenti a non cadere sui tre gradini che portavano al nostro portone ma, immancabilmente, quasi tutti v'inciampavano. La mamma Maria, dapprima lavandaia, iniziò successivamente a lavorare come tabacchina. Con noi vivevano anche la nonna Stella e mio fratello maggiore Pietro, mentre nostra sorella, che si chiama Stella come la nonna, era morta quando io avevo solo tre anni.
La mia infanzia abbastanza spensierata fu turbata dal prepotente avvento della guerra. Mi ricordo che a un certo momento a Umbertide fu collocata una sorta di copertura sopra i lampioni dell'illuminazione pubblica, che faceva proiettare la luce solo verso il basso e di notte rendeva il paese meno visibile agli aerei che lo sorvolavano. Il passaggio del fronte si stava evidentemente
avvicinando e con esso i bombardamenti. Fu anche istituito il coprifuoco, così che non si poté più uscire dopo le dieci di sera; in giro c'erano soltanto pattuglie di Tedeschi o di fascisti che passavano a controllare in continuazione.
Il giorno del bombardamento del quartiere San Giovanni mi trovavo a scuola dalle Maestre Pie Filippini. Frequentavo la quarta elementare e la mia classe era proprio sopra il portone d'ingresso. La maestra, di circa sessant'anni, si chiamava Suor Letizia ed era stata trasferita da Roma proprio per sfuggire ai bombardamenti della capitale. Erano circa le 9:30 e stavamo facendo il dettato, quando improvvisamente abbiamo avvertito i rombi degli aerei e ci siamo catapultati alle finestre per vedere. Suor Letizia, che conosceva bene i sibili prodotti dal lancio delle bombe, ci tirò indietro immediatamente e ci fece uscire dall’edificio. Tutti i miei compagni fuggirono verso il "Patollo" del Tevere; io rimasi indietro da sola e mi nascosi all'interno della rimessa del contadino, vicinissima al convento. Mi accovacciai sotto la "bura" del carro, la stanga a cui si attaccava il giogo per i buoi. In un cantone, poco lontana da me, pregava inginocchiata Suor Filomena, la cuoca delle suore. Ero terrorizzata dai fischi delle bombe che cadevano, mi tappavo le orecchie e toglievo le mani solo quando vedevo che la suora smetteva di pregare. Intanto pensavo a mio padre e alla nonna che si trovavano in casa, alla zia Giuditta e ai miei cugini.
Dopo qualche tempo vidi comparire mia madre che era scappata dagli stabilimenti del tabacco ed era corsa verso il "Patollo"; non avendomi trovata insieme agli altri bambini, temette che fossi tornata a casa, ma per fortuna passò prima per il convento, dove mi trovò in lacrime. Poco dopo arrivò anche mio padre. Ci raccontò che per fortuna la nostra casa non era stata toccata, ma Via Cibo era completamente crollata poco sotto. Disse che al momento del bombardamento si era fatto buio all'improvviso, la polvere si era alzata dappertutto, lui si era sentito impazzire e, preso dalla paura, aveva cominciato a correre lasciando indietro la nonna. Per raggiungere il "Patollo", era stato costretto a passare per la piazza, giacché il corso era bloccato, e qui aveva continuato a correre, scavalcando i morti stesi per terra.
La zia Giuditta e la cuginetta Maria Teresa, di quattro anni, erano riuscite a fuggire; mio cugino Lorenzo, di sei anni, invece non si ritrovava. Era uscito da casa per andare a prendere il sedano proprio vicino alle suore da sua zia Lucia; per fortuna sarebbe stato ritrovato alle cinque del pomeriggio che stringeva ancora con forza il sedano in mano: era stato fermato da una signora, che l’aveva poi condotto al "Patollo", altrimenti sarebbe tornato a casa sotto le bombe.
Passato l'allarme, molte persone cominciarono a tornare alle case per cercare di recuperare almeno qualcosa da mangiare e da bere. Mio padre tornò a casa e si accorse che si erano completamente intorbidite le bottiglie di vino santo, che aveva preparato per quando mio fratello Pietro, che frequentava il seminario a Gubbio, avrebbe celebrato la prima messa. Dato che sembravano non schiarirsi più, prese un fiasco molto capiente e lo portò al Tevere. Era circa mezzogiorno e tutti avevano portato qualcosa, chi il pane, chi il salame, chi il vino.
Dopo aver mangiato, la mia famiglia cominciò a spostarsi per raggiungere la casa della nonna materna, che si trovava vicino al ponte del Rio. Saranno state circa le due. Mentre camminavamo, ovunque potevamo vedere rovine, morti, feriti, persone disperate. Passando davanti alla Collegiata vedemmo le case sulla strada che portava alla Rocca crollate e al centro della strada, circa a metà del ponte, un grosso cratere di una delle bombe e i pali e i fili della luce caduti.
Dopo avermi portato al sicuro, il babbo e la mamma erano ripartiti per tentare di recuperare qualcosa in casa e con il carretto a mano, che mia madre aveva usato quando faceva la lavandaia e usava ancora per riportare la legna, riuscirono a prendere tutta la biancheria di casa e perfino i materassi. Io attendevo il loro ritorno, quando sentii arrivare di nuovo gli aerei; li vidi scendere in picchiata e distinsi chiaramente anche le bombe che lanciavano. Cominciai a piangere e disperarmi, temendo per i miei genitori. Per fortuna il bombardamento del pomeriggio li colse sotto Santa Maria, mentre stavano ritornando verso il ponte del Rio.
Mio fratello Pietro tornò da Gubbio in treno dopo questo secondo bombardamento. Appena arrivato, fu preso dall'agitazione e si arrampicò sopra le macerie in fondo alla nostra via; quando vide che la nostra casa era ancora in piedi, si tranquillizzò e si diresse in Collegiata a caricare i morti sui carri per il trasporto al cimitero. Era ormai buio quando lo sentimmo chiamare lungo la strada e tutti gli corremmo incontro ad abbracciarlo.
La prima notte a casa della nonna la trascorremmo a dormire nel granaio e ricordo che ogni tanto era necessario battere per terra con una scarpa, perché era pieno di topi. Rimanemmo lì una ventina di giorni, poi sfollammo oltre Corlo, in una frazione di nome Cafaggio. Fino a settembre vivemmo in un magazzino del fieno sotto le case delle famiglie Capanna e Fracchini. Riuscimmo a far entrare lì dentro due letti matrimoniali e la nostra cucina. Mio padre, nel frattempo, non potendo lavorare nei campi perché soffriva d'asma, aveva ricominciato a fare il calzolaio nel seccatoio sotto casa e in cambio del suo lavoro chiedeva qualcosa da mangiare. Mia madre e la nonna lavoravano nei campi. Tutte le domeniche si andava a piedi alla messa a Montone.
Ogni tanto passava qualche tedesco, poiché c'era un ospedale da campo proprio a Corlo. Generalmente non ci davano fastidio; un giorno, però, arrivò un tedesco ubriaco che, facendo lo spavaldo, entrò in casa dei Fracchini e minacciò di prendere tutto, soprattutto i prosciutti. Checco, detto "de Bachetta”, prese un pugnale con l'intenzione di ucciderlo, ma mio padre lo fermò facendolo riflettere sulle conseguenze che sarebbero potute derivare da un atto simile, visti anche i fatti recentemente accaduti a Serra Partucci e Penetola. Quell'uomo, nel frattempo, aveva trascinato via con sé una signora anziana, Ernesta, detta "de Fortuna", e le faceva portare il canestro con il suo "bottino". Il tedesco era biondo, aveva una mitraglietta appesa alla spalla e portava solo i pantaloni, mentre il torso era nudo e si vedeva chiaramente sul petto un crocifisso. Mentre stavano allontanandosi, incontrarono la zia Giuditta, a cui il soldato sottrasse l’ombrello per ripararsi dalla pioggia. A questo punto si fece avanti mio fratello con indosso la veste talare, che al tempo portavano anche i seminaristi, gli strappò di mano l'ombrello, gli toccò la croce e gli chiese che cosa la portava a fare. Il tedesco sembrò esserci rimasto male e se ne andò. Ci radunammo tutti sulla strada a commentare il fatto appena accaduto, quando il soldato ci sparò contro due colpi. Per fortuna nessuno fu colpito.
Dopo una settimana sentimmo nel cuore della notte dei colpi ripetuti di mitragliatrice. Fummo presi dal panico temendo una rappresaglia del nemico. Poi sentimmo parlare in italiano e capimmo che si trattava di partigiani che stavano sparando verso Montone, ma nessuno di noi uscì a vedere. Quella notte io avevo uno dei miei tanti attacchi di colica che mi prendevano con febbre altissima e vomito. La mattina mio padre si recò a lavorare come sempre al seccatoio; a un tratto sentì un colpo di cannone esplodere lì vicino: si trattava degli Inglesi che stavano sparando da San Lorenzo per prendere Montone, dove si erano asserragliati i Tedeschi, ma i primi colpi non ebbero una giusta traiettoria, tant'è vero che il secondo colpo cadde poco lontano e ferì Paolo Lucaccioni.
Noi cercammo di allontanarci subito da quel luogo e ci rifugiammo a Pulciano, sopra il ponte del Rio. Durante il cammino ci dovemmo fermare più volte perché io continuavo a stare male. Rimanemmo lassù per tre giorni e dormimmo in mezzo alle mele renette. Mi ricordo che ogni tanto, per recuperare i liquidi persi, ero costretta a morderle e succhiarle. In quei tre giorni, purtroppo, prendemmo anche le pulci, perché prima del nostro arrivo in quel luogo avevano dormito anche dei soldati indiani.
Tornammo a Cafaggio e assistemmo al passaggio delle colonne inglesi che si dirigevano verso la Rocca d'Aries e vedemmo spesso i feriti che venivano portati all'ospedale da campo a Corlo. Un giorno due soldati inglesi si fermarono ad ascoltarmi mentre cantavo: si chiamavano Bell e John, il primo era di religione protestante, il secondo cattolica. Da quel giorno mi si affezionarono molto e venivano a trascorrere le sere con noi per sentirmi cantare l'operetta.
Una volta fui di nuovo colpita da un attacco di colica e loro, che erano presenti, mi portarono subito il loro medico da campo che mi diede delle pastiglie: da quel giorno non ebbi più quei brutti attacchi. Venne il momento in cui i miei due amici dovettero ripartire e mi chiesero qualcosa per ricordarsi di me: a Bell diedi una mia foto, a John il mio messalino. Erano diretti al Nord e partivano con la preoccupazione di non riuscire più a tornare sani e salvi in Inghilterra.
Purtroppo non tutti gli Alleati erano brav'uomini, infatti un giorno comparvero dei soldati con la testa rasata e un ciuffo dietro la nuca; la loro pelle sembrava bianca, ma non so proprio di che nazionalità fossero. Arrivarono a casa nostra e rubarono la bicicletta di una ragazza della famiglia Fracchini, che mio padre, rischiando molto, riuscì a recuperare; nel frattempo Menco Fracchini faceva nascondere le figlie dietro le botti perché quegli uomini non le toccassero. Non erano rari i casi di stupro, tant'è che poco lontano da noi dei soldati di colore fecero violenza a una ragazza e le uccisero davanti agli occhi il nonno, mentre tentava di difenderla.
A settembre tornammo a casa nostra in Via Cibo numero 23, naturalmente senza acqua né luce. Venimmo anche a sapere che era stata trovata una bomba inesplosa in Via Spunta, sul retro del negozio di alimentari di Gagliardini, vicino alla casa di Graziano Ubbidini, che sarebbe poi diventato mio marito.
Piano piano cominciammo a ricostruire la nostra vita, che era stata turbata da fatti così dolorosi, ma non fu facile tornare in quel luogo che portava ancora tante ferite: rovine ovunque e un gran vuoto, perché con noi non c'erano più le persone che eravamo abituati a vedere ogni giorno a San Giovanni.