history and memory

Elisabetta Beccafichi
Racconto di ELISABETTA BECCAFICHI
trascritto da Jessica Staccini
Nacqui il 26 novembre 1927 da una famiglia di braccianti, a San Lorenzo, in un casolare contadino. La mia era una famiglia molto numerosa, in tutto eravamo sedici persone e ci guadagnavamo da vivere vendendo in paese i prodotti che coltivavamo nei campi.
Quando Benito Mussolini comunicò ufficialmente la notizia dell'entrata in guerra dell'Italia, io stentai a crederci, ma ancora più sconvolgente fu ciò che vidi durante il bombardamento a Umbertide.
La mattina del 25 aprile 1944 uscii di casa prestissimo insieme a mia madre Anita per recarmi alla Fratta. Ero sempre felice quando andavamo in paese perché lì conoscevo molti ragazzi e ragazze simpatici. Ricordo che presso l'albergo Capponi vi era il comando tedesco, che aveva scelto quel luogo per sorvegliare meglio il ponte sul fiume Tevere e la ferrovia che passava sotto il ristorante.
Una volta arrivate lì, cominciammo a girovagare per la piazza, poi da Piazza Matteotti ci dirigemmo verso la piazza del mercato, sotto la Rocca. La tranquillità di quel posto svanì però verso le nove e mezza di quella mattina, quando sentii il rumore di alcuni aerei che si avvicinavano sempre di più, secondo dopo secondo: volevano bombardare proprio il ponte sul Tevere. Invece di colpire il punto prestabilito, le prime bombe caddero qua e là e poi sul quartiere San Giovanni, proprio sopra le case, che furono distrutte completamente. Quando ebbi capito cosa stava succedendo, già tutti erano nel panico. Sentii un boato spaventoso ed ebbi la sensazione di svenire, ma rimasi immobile a osservare gli aerei. Tra le urla piene di panico della gente, mia madre mi prese per un braccio e cominciammo a correre via. Corremmo verso casa senza mai fermarci: ero sfinita e terrorizzata.
Più tardi mio padre andò alla Fratta per aiutare i cittadini a rimuovere le macerie e soccorrere i feriti. Nel tardo pomeriggio mia madre corse da me ad avvisarmi che Umbertide era stata nuovamente bombardata; il primo pensiero andò a mio padre che si trovava laggiù. Corsi insieme a mia madre, a mio zio e mia zia in cima a una collinetta sopra casa nostra, da cui si poteva vedere, anche se in lontananza, il paese. Vidi gli aerei che lo sorvolavano e mi misi a pregare per tutte le persone di Umbertide e in particolare per mio padre. Poco dopo lo vidi tornare, dato che al momento del secondo bombardamento si era già incamminato verso casa. Mi disse che non avrei mai più rivisto molte delle persone del paese e scoppiai in lacrime.

Le cose a cui avevo assistito mi avevano sconvolta e io cercai di dimenticarle, ma ogni giorno continuavano ad arrivare amare notizie.
Venne il 1945 e io, all'età di diciotto anni, mi sposai con Giuseppe Moretti e mi trasferii a San Benedetto. Un pomeriggio, mentre stavo stendendo i panni vicino a casa, vidi arrivare alcune camionette dei fascisti, che volevano controllare se tenevamo armi in casa. A quel tempo aspettavo il mio primo bambino. I fascisti scesero dalla vettura e si diressero verso la porta; io avrei voluto fuggire, ma in casa c'era mia suocera Giuseppina e non potevo lasciarla sola. Così
entrai anch'io e la vidi minacciare con un forcone quegli uomini dicendo loro di non entrare, perché c'erano solo lei e una donna incinta che doveva riposare e non poteva spaventarsi. Nel frattempo, senza essere vista, riuscii a prendere il moschetto di mio padre, fuggii dalla finestra e lo buttai il più lontano possibile tra i cespugli, poi tornai in casa. Il comandante stava ancora controllandola da cima a fondo e continuò a farlo per circa mezz'ora, poi uscì quasi deluso di non aver trovato nulla, senza nemmeno salutare.
Per mia fortuna non assistetti più a scene simili, anche se durante la guerra non si poteva mai stare tranquilli ed erano tantissime le madri o le mogli che non rivedevano più i loro cari, morti chissà dove. Fu solo quando la guerra finì che potei finalmente vivere una vita tranquilla e serena insieme alla mia famiglia.

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