history and memory

Elio Gianfranceschi
Racconto di ELIO GIANFRANCESCHI trascritto dal nipote Federico Rondoni
Nacqui l'8 luglio del 1925 a Bonsciano, vicino a Trestina. Nel 1933 mi trasferii con la mia famiglia a San Benedetto, nel podere chiamato "Palazzetto".
Nel maggio del 1943 venni chiamato alle armi, ma non mi presentai perché non volevo combattere a fianco dei Tedeschi, così, per non essere catturato, fui costretto a rifugiarmi nei boschi di San Faustino con i partigiani appartenenti alla "Brigata" che portava lo stesso nome di quel luogo. Ogni tanto tornavo a casa per procurarmi del cibo e altre cose che rendessero meno dura la sopravvivenza all'interno della macchia, dato che ero costretto a dormire in luoghi di fortuna come tende o baracche di contadini. Mi ricordo che un giorno del mese di settembre di questo stesso anno ero sceso per prendere del cibo dalla dispensa di casa mia, quando vidi venirmi incontro tutta affannata una vicina di nome Lina, che mi disse: "Scappa, Elio, scappa! I fascisti ti stanno cercando, sono già verso casa mia!". Io, preso alla sprovvista e terrorizzato, saltai la ringhiera delle scale e mi diressi verso il bosco veloce come un lampo, mentre i fascisti, che mi avevano già visto, iniziarono a spararmi alle spalle. Presi la discesa e, grazie anche alla fitta nebbia, feci perdere loro le mie tracce.
Trascorsi un anno in questo modo fino all'arrivo degli Alleati nel 1944.
Intorno al 23 - 24 aprile incontrai un soldato inglese, che mi disse: "Umbertìde, buum, buum!", ma io non riuscii a capire che cosa voleva comunicarmi. Il 25 aprile del '44 gli Alleati bombardarono per errore il quartiere San Giovanni di Umbertide, il loro vero obiettivo però era il ponte sul Tevere, che avrebbero dovuto abbattere per impedire il passaggio dei rifornimenti per l'esercito tedesco. Solo allora compresi le parole dell'Inglese.
Nel maggio del 1944 avvenne un rastrellamento da parte dei Tedeschi sempre nella zona di San Faustino. Quando li vidi arrivare, mi nascosi velocemente dietro un albero che si trovava in mezzo a un campo di grano; i soldati passarono a pochissima distanza da me, ma per fortuna non mi videro.
Il 14 luglio 1944 a Umbertide passò il fronte tedesco, che minò il ponte sul Tevere e l'abbatté. Durante il passaggio del fronte un gruppetto di Tedeschi venne a casa mia, a San Benedetto, con l'intento di portarci via alcune bestie; la sorte volle che mi trovassi a casa e fui assalito dalla paura pensando che mi avrebbero preso. Per fortuna riuscii a salvarmi grazie a un nascondiglio nella stalla scavato sotto il giaciglio delle bestie; vi rimasi per circa mezza giornata.
Dopo qualche giorno passò anche il fronte inglese e venimmo liberati.
Lo stesso giorno dell'arrivo del fronte una camionetta con tre Inglesi si fermò a casa mia; noi subito chiedemmo a gesti se volevano bere e loro ne furono felici e ci ringraziarono. Poi mi permisero di recarmi con loro a Umbertide, dove i militari alleati stavano uccidendo alcuni prigionieri tedeschi. A un certo punto vidi passare un militare inglese con un sacco in mano che gridava: "Tedeschi Tedeschi!". In un primo momento temetti che i nemici stessero tornando, invece, quando vuotò il sacco, vidi che conteneva le teste tagliate di alcuni prigionieri giustiziati.
Ripensando a questi fatti, provo solo il desiderio che nessuno sia costretto a rivivere momenti del genere e che nessuno si trovi in balìa di uomini crudeli e imprevedibili come furono gli oppressori tedeschi.