history and memory

Armando Lombardi
Racconto di
ARMANDO LOMBARDI
trascritto da Paola Giammarioli
Nacqui a Città di Castello il 19 gennaio 1921 da un'onesta famiglia di artigiani.
Ero molto giovane, non avevo ancora diciannove anni, quando decisi di anticipare la leva militare, sperando così di terminarla prima del solito, per poi tornarmene a casa. Perciò mi offrii come volontario, ma feci male i miei conti: non tornai a casa dopo un anno e mezzo di servizio, bensì restai al fronte per oltre sette lunghi anni.
Partii per Salerno nel 1940 e diventai persino ufficiale. Mentre facevo il servizio militare obbligatorio, scoppiò la guerra, perciò fui mandato a Catanzaro, dove fui assegnato. Raggiunsi Tripoli che era ottobre, sempre del 1940, dopodiché fui subito mandato a combattere al fronte, intorno a Tobruk.

In Africa combattei tutte le battaglie della parte settentrionale del continente dal 1940 al 1942 e, sicuramente, quella che mi rimarrà più impressa fino alla fine dei miei giorni sarà quella di El- Alamein, della quale vi parlerò in seguito. Ero naturalmente dalla parte dei Tedeschi (gli alleati del Regno d'Italia), di conseguenza i miei nemici erano gli Inglesi, gli Americani, gli Australiani, i Greci, i Francesi e i Gurka, che erano soldati del Nepal e combattevano con una specie di scimitarra.
Al fronte ebbi modo di conoscere uno dei più grandi generali della Germania nazista: Erwin Rommel. Una volta mi venne vicino insieme a un altro generale e, poiché mi aveva visto da lontano mentre guidavo un'azione militare, mi premiò con la "Croce di Ferro" di secondo grado, corrispondente alla nostra medaglia d'argento. Me la mise al terzo bottone della giacca, prese poi un foglio, dove erano scritte varie cose in tedesco, e sotto i miei occhi, con una matita, lo firmò. Ho ancora quel documento con me.

Vidi Rommel di persona anche un'altra volta, quando mi spiegò come voleva che si disponessero gli schieramenti militari e le linee intorno a Tobruk. Mi rimarrà sempre impressa, inoltre, la sua presenza durante un'azione militare, infatti, con un speciale mezzo simile a un camion molto lungo, che chiamavamo “Mammuth' e che conteneva vari marchingegni tecnologici, era sempre qua e là, a differenza di altri generali che stavano dietro la linea. A volte addirittura andava in avanscoperta sul territorio nemico per perlustrarlo, sempre con uno speciale mezzo chiamato "Cicogna", parente dell'odierno elicottero. Era solito girare con un paio di grossi occhiali per proteggersi dalla sabbia, dato che eravamo in pieno deserto. Era un Generale molto buono e trattava allo stesso modo tutti i prigionieri, tant'è vero che, quando Adolf Hitler ordinò di uccidere tutti i prigionieri ebrei, Rommel si rifiutò dicendo che sotto i suoi occhi tutti i detenuti erano uguali.
Una frase ancora impressa in una lapide situata nel campo di battaglia dice: "Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco"...fra quei soldati c'ero anch'io. Il soldato tedesco era impeccabile dal punto di vista organizzativo, ma si lasciava troppo organizzare, lo dimostrò il fatto che la Germania si lasciò manovrare come un pupazzo da quel folle di Hitler. Invece il soldato italiano era peggiore dal punto di vista organizzativo, ma sapeva essere critico e, se necessario, si ribellava alle autorità. Rommel in questo assomigliava a noi.
Purtroppo Rommel morì per ordine di Hitler, dopo che il dittatore aveva scoperto che era a conoscenza di un complotto, seguito da un attentato ai suoi danni. Hitler gli dette due possibilità: o si sarebbe tolto la vita, e in questo caso gli avrebbe garantito onori militari e funerali di Stato, oltre ad assicurare un avvenire ai membri della sua famiglia, o sarebbe stato giustiziato con loro. Rommel, dopo essersi assicurato del futuro benessere dei suoi cari, scelse la prima opportunità; entrò in macchina, ingerì una pillola, presumibilmente di cianuro, e morì.
In guerra comandai il reparto "Arditi", 27° reggimento e divisione “Pavia". Fui ferito solo una volta, dato che un soldato, per sbaglio, tolse la linguetta a una bomba a mano, la più leggera, ovvero la otto, che esplose accanto a me. Riportai ferite su ambedue le gambe, dove fui trafitto dalle schegge dell'ordigno.
Non ricevetti altre ferite, ma ne vidi tante veramente terrificanti. In compenso mi ammalai una volta anche per un motivo abbastanza sciocco. Avevamo catturato degli Indiani e i miei soldati trovarono nei loro edifici dei magnifici materassi bianchi; io di solito dormivo su una branda, ma non sempre riuscivo a montarla, perciò a volte mi addormentavo per terra. I miei soldati, che mi volevano bene, subito mi dissero: "Signor Tenente, lei stasera dormirà su questo materasso!". Feci come mi avevano detto: pochi giorni dopo avevo la scabbia, una malattia causata dalla sporcizia. Mi erano venute tantissime bolle; mi durò molti giorni e, per curarla, i medici prima raschiavano le varie bollicine e poi vi passavano sopra lo zolfo per disinfettarle: bruciava in una maniera terribile!

In guerra spero di non aver mai ucciso nessuno; spero, perché forse sono stato I'uccisore di una persona. Era notte e secondo la cartina dovevo essere intorno a Tobruk, in Libia; avremmo dovuto ricevere un attacco dagli Australiani e io durante il giorno avevo preparato loro una trappola con un bengala, un razzo che illumina come se fosse giorno quando viene sparato. Lasciai un Sergente ad accendere la miccia. Quando il razzo esplose, cominciammo a sparare e davanti a me cadde un Tenente comandante australiano. Vincemmo quella battaglia e, sul far del giorno, portammo il corpo di quell'uomo al nostro comando; frugai un po' tra i suoi vestiti e vi trovai un foglio, che attestava che il soldato australiano si trovava in guerra da poco più di un mese. Trovai, inoltre, la foto di una ragazza: doveva essere o sua moglie o la sua fidanzata e sul retro vi era scritto in inglese "Ti aspetto, torna presto". Allora non conoscevo la lingua inglese, perciò mi feci tradurre quelle parole dal cappellano. Il tutto mi lasciò un po' perplesso e stupito per un po' di tempo, dopodiché dissi al cappellano che doveva cercare di rimandare le sue cose alla famiglia il più presto possibile e, insieme a esse, una lettera dove doveva essere scritto che io ero disperato quanto loro e che speravo sinceramente di non essere stato il suo assassino.
In questa triste situazione io ricevetti una medaglia, mentre lui trovò la morte. Questa, purtroppo, è la guerra.
In guerra e in prigionia l'amicizia è una cosa molto importante. Non mi scorderò mai di un amico in particolare, un soldato che fu ferito da una pallottola che gli trapassò il polmone durante una battaglia. Io lo caricai come meglio potevo sulle spalle e lo portai all'ospedale da campo più vicino. Durante il tragitto mi sporcò tutto con il sangue che gli usciva dalla ferita e macchiò anche la cartina geografica che portavo sempre con me attaccata alla cintura, per orientarmi. All'ospedale fortunatamente si riprese, ma durante la guerra non lo rividi più. Quando tornai a casa al termine della guerra, mi telefonò da Ivrea e mi disse che era l'ingegnere Emilio Bolognesi e che voleva venirmi a trovare insieme alla sua famiglia per ringraziarmi. Poco tempo dopo arrivò con la moglie e i figli. Purtroppo Emilio Bolognesi oggi non c'è più.
Durante la guerra catturai molte persone, non saprei dire il numero preciso, però solo nella battaglia di El-Alamein feci prigionieri ben trenta inglesi che tremavano tutti dalla paura.
Dapprima noi Italiani iniziammo ad attaccare, poi arrivarono dei rinforzi tedeschi comandati dal generale Rommel, che successivamente prese il comando di tutta la base. All'inizio dovemmo ritirarci sino in Libia; arrivammo a Sirte, poi partimmo e riprendemmo la carica conquistando Tobruk e infine El-Alamein.


El-Alamein è praticamente una strettoia delimitata da un lato dal Mar Mediterraneo, dall'altro dalla depressione di El Qattara. Credo che in questo scontro perdemmo perché non avevamo né acqua potabile né rifornimenti, dato che c'eravamo allontanati troppo dalla base.

Come razione giornaliera avevamo quattro litri d'acqua, ma nel deserto questa spesso non era sufficiente, infatti molti soldati morirono disidratati. Come se non bastasse, l'acqua che ci portavano spesso era contenuta in dei recipienti dove precedentemente c'era stata la benzina, quindi aveva un saporaccio. Quando l'acqua mancava e non se ne poteva fare a meno, bevevamo pure l'acqua dei radiatori dei camion che sapeva di ruggine. Le navi che ci portavano i rifornimenti erano state intercettate, perciò ogni qualvolta tentavano di partire venivano fermate.

In questa battaglia ebbi la prova di quanto fossero ben armati i Tedeschi e pure gli Americani; i carri armati italiani, soprattutto i primi, erano, a parer mio, una "scatoletta di latta", poi costruirono quelli un po' più resistenti, come l'M13. Molti di questi mezzi non erano adatti a questo tipo di guerra, la maggior parte non erano muniti di anticarro. Era terribile quando sparavamo i nostri colpi ai carri armati nemici e vedevamo che il nostro obiettivo non veniva raggiunto, poiché non riuscivamo a fare loro nemmeno un graffio: li vedevamo avanzare e non potevamo far niente, eccetto che sdraiarci a terra per non essere colpiti. Sicuramente non potevamo saltare addosso al carro armato come in certi film fanno vedere, era una cosa folle, impensabile. A catturarci ci pensava poi l'artiglieria. II carro armato americano più forte era sicuramente il Valentine. I Tedeschi, dal canto loro, avevano un sistema di spionaggio e intercettazione chiamato "Enigma" e con questo individuavano i vari codici segreti e li criptavano; era composto da varie sedi che erano collegate fra loro con degli speciali computer.

La battaglia avvenne su una strettoia larga circa 60-70 km e provocò numerosi morti da ambo le parti. In quel luogo furono ritrovati, molti anni dopo, tantissimi scheletri, la maggior parte dei quali non identificabili, dato che non avevano le piastrine. La piastrina serviva per identificare il corpo dei soldati, ma nemmeno io la portavo perché era come un malaugurio, sembrava che chi la portasse sarebbe dovuto morire.
Purtroppo in quella battaglia fui catturato anch'io il 7 novembre 1942, la mattina alle ore 7:45. Ero Aiutante Maggiore e indugiai per salvare il Colonnello, di conseguenza fui accerchiato insieme ad altri miei uomini. Tutti alzarono le mani in segno di resa, mentre io mi rifiutai di farlo; gettai soltanto la pistola nella sabbia, quando me lo ordinò il Capitano inglese.


Il nemico ci fece raggiungere a piedi Alessandria d'Egitto, poi il Mar Rosso; in seguito passammo nello Yemen, arrivammo in India a Bombay e infine raggiungemmo una prigione alle pendici dell'Himalaya. Nei campi di prigionia inglesi, a differenza di quelli fascisti e nazisti, non ci venivano imposti dei lavori pesanti, anzi, il problema più grosso era come passare il tempo: a volte si camminava dentro al campo, altre si giocava a calcio o a carte, alcuni, come me, leggevano i libri. Questi libri ci giungevano in dei pacchi dall'Argentina, dove molti prigionieri avevano parenti o amici. Io li catalogavo e li distribuivo; alla fine riuscii a organizzare anche una specie di biblioteca.

Poi, dato che ero un tipo un po' irrequieto, mi fecero trasferire in un altro campo, che era simile al precedente, ma qui si poteva anche coltivare un piccolo lembo di terra; anch'io avevo un piccolo orto tutto mio. Quando la guerra finì, con l'armistizio mi fu concesso dalla mattina al pomeriggio di uscire per fare delle passeggiate; ciò però era possibile solo se si aveva qualche grado militare, poiché si doveva dare la parola d'onore di rientrare e, se fossi scappato, i miei soldati avrebbero scontato una punizione a causa mia. Percorrevo un giro prestabilito e avevo modo di vedere vari uccelli variopinti dai colori più disparati. Quando passeggiavo, portavo sempre con me un bastone che battevo a terra perché, se ci fossero stati serpenti nelle vicinanze, avrebbero sentito le vibrazioni prodotte dal colpo e così se ne sarebbero andati via. A volte vedevo certi bestioni da far paura! Gli abitanti del posto, invece, anche i ragazzetti di circa tredici anni, quando vedevano un serpente, gli lanciavano un cappello che portavano sempre con loro, di colore rosso, dentro il quale s'infilava l'animale, poi lo prendevano per la testa e gli toglievano il veleno, con cui producevano degli antidoti.


Nel campo, quando si mangiava, bisognava prestare molta attenzione, dato che le scimmie a ogni occasione acciuffavano il cibo e scappavano. Tentare di prenderle era un'idea da sorvolare, dato che si mettevano velocemente dove non erano più raggiungibili e poi si grattavano la pancia, così pareva a me e ai miei compagni che si mettessero a ridere per prendersi gioco di noi. Poco tempo dopo imparammo a mangiare velocemente in maniera tale che le scimmie non riuscissero a compiere i loro furti.
Il campo di concentramento era a circa 1.200 m d'altitudine e il clima era migliore rispetto a quelli collocati più in basso, dove il caldo era spesso insopportabile.
Rimasi in India dal 1942 al 1946 e fui rimpatriato molto dopo il termine della guerra.
In guerra ricevetti in tutto due encomi, tre medaglie di bronzo, una d'argento, due al merito e infine due croci di ferro di secondo grado, che erano il più importante riconoscimento tedesco. Oggi sono un Colonnello d'Onore a Vita, in guerra invece ero un Ufficiale di Complemento.
Uno dei miei ricordi più terribili fu quando, dopo un bombardamento, i miei soldati scapparono come impazziti dalla paura. Io vidi un mio collega ufficiale che aveva un buco in fronte, dal quale fuoriusciva la materia grigia: correva senza rendersi conto che una scheggia l'aveva ferito in modo così grave. Poco dopo cadde a terra e non si rialzò più.
Quando in guerra la situazione era un po' più tranquilla, potevo andare a Sirte, a Tripoli o a Bengasi per fare il bagno e là ci accoglievano con calore, forse perché a Tripoli gli Italiani avevano costruito una bellissima strada asfaltata, che in seguito chiamarono "Litorale". In guerra i miei pensieri erano rivolti alla mia casa e soprattutto alla mia famiglia, invece non rividi i miei parenti per ben sette anni. Ogni giorno speravo che quello seguente sarei stato ancora in vita. Era necessario prestare sempre la massima attenzione e soprattutto era necessaria un po' di esperienza, anche solo per saper distinguere il rumore di un mezzo o di qualche arma, infatti di solito i soldati che morivano maggiormente erano quelli arrivati da poco, che non avevano ancora imparato quei trucchetti e quegli accorgimenti che spesso potevano salvare la vita.
Quando tornai a casa, trovai l'Italia quasi completamente distrutta: era un vero e proprio disastro. Basti pensare che quando ero andato in guerra in Africa, il mio stipendio era ottimo, e perciò ne avevo messo da parte un po', circa 40.000 lire; a quell'epoca era una bella sommetta, almeno fino a quando mi trovavo in guerra. Quando partii per tornare in Italia, la nave mi portò a Napoli, dove decisi di prendermi un caffè: lo pagai ben 30 lire; per quel tempo era un'esagerazione. Mia madre mi aveva fatto mettere da parte una somma che mi sarebbe servita per comprare un appartamento, invece con quei soldi riuscii ad acquistare qualche pacchetto di sigarette e poco altro. L'Italia era davvero in pessime condizioni, poi, piano piano, ha ricominciato a rinascere.
Ora, dopo averne passate tante, penso che la guerra sia una cosa inutile, ci si uccide a vicenda, senza poi aver concluso niente di che. Quando, poi, si prende una medaglia è perché spesso hai ucciso un'altra persona.
«Ringrazio la mia giovane intervistatrice per l'interesse dimostrato alle mie "vicissitudini belliche".
Le sue molte domande e l'attenzione con cui ha seguito il racconto dei miei ricordi è stato per me una piacevole sorpresa. Sono più che giustificabili alcune "inesattezze'" che si possono riscontrare nel resoconto della mia intervista; non scalfiscono la bontà e l'attenzione dimostrate nell'ascoltare e riportare il racconto delle mie, da lei chiamate, “imprese”.
Ho trascorso qualche ora di serenità con una piccola intervistatrice. Vi sono ancora giovani, tanti giovani, che "ricordano" e "non dimenticano” l'amore per il proprio Paese e per chi ha dato tanto e ben poco ricevuto».
(F.to Armando Lombardi)

Le Fotografie riportate sopra sono di Armando Lombardi.
Galleria









