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Alberto Arcaleni

Racconto di
ALBERTO ARCALENI
trascritto dal nipote Paolo Arcaleni

Nacqui il 2 aprile 1911 a Marcignano, vicino a Monte Santa Maria Tiberina. Mio padre era proprietario di un podere.

  Nel 1933 mi dovetti presentare al servizio militare ad Ancona, dove rimasi per un anno. Posso dire che fu sette anni dopo che per me iniziò la guerra, infatti nel 1940 fui richiamato e mi dovetti presentare alla caserma di Fano.

  Nell'aprile del 1941 partii per il fronte, destinazione Grecia. Mi imbarcai a Brindisi e il giorno successivo sbarcai a Durazzo, in Albania, dove ci trattennero, invece di farci proseguire. Rimanemmo accampati per circa quindici giorni, poi ci trasferirono a Castelnuovo, sempre in Albania, e successivamente a Cettigne (Cetinje), in Montenegro. Da lì ci inviarono in Dalmazia, dove trovammo i soldati slavi che stavano capitolando, così ci fu la resa.

  A giugno rimanemmo a presidio del luogo, ma a luglio i ribelli slavi, che avevano sotterrato le armi, ci attaccarono sulle gole e sui punti strategici. In quest'occasione un camion dei nostri che trasportava viveri fu assalito, l'autista venne ucciso e il camion cadde in un burrone.

  I Serbi, nel frattempo, erano passati a sostenere la nostra divisione, per attaccare i Croati e per vendicarsi di situazioni precedenti. Le azioni militari avevano la seguente formazione: in testa c'erano i Serbi, dietro le camicie nere e poi l'esercito. Mentre attraversavano la Croazia, i Serbi distruggevano quello che trovavano, bruciavano le case costruite in legno e uccidevano. Dopo alcuni giorni di marcia, arrivammo in un paese già distrutto da loro e trovammo diciassette morti in fondo a un burrone. Continuammo a marce forzate dietro i ribelli.

  Mentre eravamo accampati in Dalmazia, una sera il colonnello ci riunì e ci disse di prepararci perché avremmo dovuto passare qualche giorno difficile: ci diedero poche gallette da mangiare e ci armarono con fucili, munizioni e bombe a mano. Dovevamo andare a liberare un battaglione dei nostri che era stato accerchiato dai ribelli; i viveri venivano portati a questi soldati con apparecchi e con i paracadute. Partimmo la mattina e giungemmo su un'altura. Accendemmo i fuochi; il freddo era intenso, il pane era ghiacciato ed erano ghiacciati anche la benzina e i serbatoi. Successivamente raggiungemmo la località dove si trovava il battaglione; dopo un lungo scontro riuscimmo a liberarlo e potemmo riposarci per un paio d'ore. Durante la battaglia fui colpito da un proiettile, che, per fortuna, fu respinto dalla baionetta che portavo al fianco.

  Il giorno seguente raggiungemmo le cucine del nostro comando: i primi arrivati mangiarono del riso, noi mangiammo del pane e una scatoletta e bevemmo un po' di vino. Da qui ritornammo a ritroso a Castelnuovo e, dopo alcuni giorni, ci accampammo di nuovo in Dalmazia.


La Gavetta appartenuta ad Alberto Arcaleni sulla cui superficie sono visibili alcune incisioni da lui realizzate con la punta della baionetta. Oltre al nome sono presenti alcune iscrizioni: "Mamma presto tornerò, ma la fame è tanta", "Sono portato prigioniero il 1943" e dei disegni, precisamente una svastica e un uccellino in gabbia.
La Gavetta appartenuta ad Alberto Arcaleni sulla cui superficie sono visibili alcune incisioni da lui realizzate con la punta della baionetta. Oltre al nome sono presenti alcune iscrizioni: "Mamma presto tornerò, ma la fame è tanta", "Sono portato prigioniero il 1943" e dei disegni, precisamente una svastica e un uccellino in gabbia.

Giunse l'8 settembre 1943, il giorno dell'armistizio. La sera stessa il comandante ci riunì dicendoci che all'indomani avremmo iniziato a disarmare le truppe tedesche. Al contrario, dopo due giorni, furono i Tedeschi a disarmare noi e da lì ci spostarono a marce forzate fino a Ragusa, sempre in Jugoslavia. Rimanemmo una decina di giorni accampati con le tende, mangiavamo poco e non sapevamo cosa ci aspettasse; in seguito arrivò ai comandanti tedeschi l'ordine di portarci prigionieri in Germania.

  Partimmo per la Germania intorno al 20 settembre su treni merce senza vagoni, infatti c'era solo il pianale da trasporto, dove montammo le tende. Durante il viaggio, di tanto in tanto, ci facevano scendere nelle stazioni principali dove ci davano un mestolo d'orzo cotto.

  Dopo quindici giorni trascorsi sul treno giungemmo nella regione del Brandeburgo e, una volta arrivati a destinazione, ci perquisirono: a chi aveva due paglia di scarpe ne toglievano uno, a chi aveva due scatolette ne lasciavano una. Ci stiparono provvisoriamente in delle baracche, dove rimanemmo quindici giorni. La mattina ci facevano svegliare all'alba e poi ci facevano marciare nel cortile del campo. A mezzogiorno ci veniva passato il rancio: tre o quattro patate bollite da sbucciare e un pezzetto di pane, a volte la sera un po' di salame.

  A un certo momento ci fu lo smistamento: una parte di noi fu deportata ad Hagen, nel bacino della Ruhr; io, insieme ad altri, fui inviato nel lager di Aspen (?). La sveglia era alle cinque e ci davano un mestolo di tè e un pezzo di pane, per poi mandarci in fabbrica. Ci portavano a lavorare in fonderia, dove colavano il ferro per fare le armi. Avevamo ai piedi zoccoli di legno, che ci causavano vesciche dolorosissime. A mezzogiorno ci riportavano a mangiare al lager, dove ci davano rape gialle bollite che avevamo tagliato la sera prima; la sera mangiavamo ancora rape e del pane, se ne era rimasto. Non potevamo prendere il cibo di nascosto, perché altrimenti ci avrebbero frustati, picchiati o costretti a fare ginnastica forzata.

  A un certo punto mi si gonfiò un polso per lo sforzo in fonderia, marcai la visita medica e mi cambiarono reparto: mi spostarono a lavorare ai torni. La vita durante l'anno che passai qui fu molto dura; avevamo fame e per questo a volte si cercavano patate sui campi. Ogni tanto in fabbrica una donna tedesca, che aveva il marito al fronte russo, mi portava un po' di pane e marmellata.

  Quando nel 1945 arrivarono gli Americani, ci liberarono dal lager e ci sistemarono nelle case dei Tedeschi, dove rimanemmo circa un mese. Eravamo finalmente liberi di muoverci, ci davano pane, cioccolata e sigarette. Mentre ero qui, cercai di rintracciare Giselle, la donna della fabbrica; seppi che era in ospedale, così mi feci dare la bicicletta da un civile tedesco che mi accompagnò. La trovai nel parco dell'ospedale: aveva dei dolori alle gambe; rimasi un po' con lei e in seguito la salutai, poi non l'ho più rivista. La sera uscivamo, perché la situazione era molto cambiata: abbiamo conosciuto persino qualche ragazza tedesca.

  Dopo un mese ci rimpatriarono con il treno; alla stazione, prima che partissi, venne a salutarmi Linda, una ragazza che avevo conosciuto. Arrivammo a Milano, dove ci ospitarono in una caserma denominata "Degli Arditi"; qui ci diedero un po' di denaro e ognuno poté ripartire per tornare a casa.

  Giunsi a casa mia il 25 agosto 1945.


  Alberto Arcaleni è deceduto nel 2001, ma aveva già narrato la sua storia al nipote.

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