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Umbertide

history and memory

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Adelio Bilenchi

Racconto di
ADELIO BILENCHI
trascritto dal nipote Alessandro Maestri

Nacqui il 4 luglio 1934 a Spedalicchio.

Mio padre partì per il militare nel 1938, quando io avevo solo quattro anni; dapprima fu inviato a Roma, poi nel 1940, dopo un breve periodo a casa, ripartì per un altro paese, di cui non ricordo il nome. Mia madre mi raccontava sempre di lui, di come si erano conosciuti e del loro matrimonio. Visto che ero solo un bambino, non ho molti ricordi di quel periodo, ma alcuni mi sono rimasti in mente e penso che ci rimarranno per tutto il resto della vita.

Uno dei più brutti furono le lunghe e interminabili notti di paura durante le quali si sentiva in lontananza il rumore delle bombe, delle sirene e degli aerei che ci passavano sopra la testa. Io e i miei fratelli durante queste notti stavamo abbracciati a nostra madre e piangevamo, perché avevamo paura che una delle tante bombe che piovevano dal cielo cadesse proprio sopra di noi. Ricordo anche che una sera d'estate del 1943 un gruppetto di Tedeschi entrò in casa mia; mia madre, che si era accorta del loro arrivo, aveva già nascosto quelle poche cose preziose che c'erano in casa, perché in quel periodo, quando arrivavano i Tedeschi, si volevano portar via tutto. Mia madre, sempre con molta calma, cercò di far capire loro che nella nostra casa non c'era niente che valeva la pena portar via, ma a un tratto uno dei Tedeschi tirò fuori una pistola, afferrò mia madre e gliela puntò sulla fronte; lei come pietrificata non parlò. Miracolosamente il militare la lasciò e insieme ai suoi compagni se ne andò ridendo: io assistetti alla scena nascosto in un'altra stanza e ricordo ancora di aver tremato dalla paura.

L'anno dopo accadde un fatto bruttissimo: in una collina vicino a Niccone c'era una casa dove viveva una famiglia di contadini, la famiglia Avorio. Un brutto giorno i Tedeschi li accusarono di essere partigiani, anche se in realtà non lo erano, e li fecero entrare tutti dentro la casa, a cui appiccarono il fuoco, poi aspettarono che i poveri membri della famiglia uscissero o si buttassero dalle finestre per fucilarli. Fu mia madre a raccontarmi questa triste tragedia una sera del 1944.

Dato che mio padre era partito per la guerra, tutti i membri della mia famiglia dovevano darsi da fare per guadagnarsi quel poco che ci serviva per sopravvivere: mia madre non poteva riuscire da sola a mantenere cinque figli. Anche io, benché fossi il più piccolo, non facevo eccezione: durante la raccolta del tabacco sudavo sette camicie per stare al passo delle persone adulte, ma questo non bastava, dovevo anche tagliare la legna alla macchia e non sono state rare le volte che ho rischiato di rimanere sotto un albero. Purtroppo tutto questo lavoro bastava a malapena per mangiare una patata e un pezzo di pane.

Nella mia famiglia durante la guerra ci furono anche due deceduti. Il primo fu uno dei fratelli di mia madre, che era stato mandato con mio padre a Roma, ma poi con l'inizio della guerra fu trasferito in Egitto; mia madre era molto legata a lui e quasi ogni settimana gli spediva una lettera e quasi ogni settimana ne riceveva una. Un brutto giorno ricevette una lettera con scritto che suo fratello era stato ucciso durante una battaglia; lei non parlò per giorni, poi con uno sforzo enorme riprese la sua vita. II secondo fu un mio cugino, di cui non ricordo il nome, che rimase sotto le macerie delle case il 25 aprile 1944, a Umbertide. Una cosa che mi rimarrà sempre in mente è la cattiveria dei Tedeschi che non portavano rispetto a nessuno, neanche alle persone anziane o malate; ancora oggi penso che più i Tedeschi facevano del male e facevano soffrire la gente, più erano contenti.

Il momento più bello di tutto questo periodo fu quando mio padre tornò dalla guerra sano e salvo: mi sembrava un sogno per due motivi, perché era ritornato e perché era finalmente finito un incubo e si poteva tornare a vivere. Durante la guerra avevo provato delle sensazioni brutte, di paura, di angoscia, certe volte di smarrimento, ma la più brutta fu quella di sapere che non si poteva fare niente per fermare ciò che accadeva intorno a me.

Pistola appartenuta a Settino Bilenchi, padre di Adelio Bilenchi
Pistola appartenuta a Settino Bilenchi, padre di Adelio Bilenchi

Adelio Bilenchi si ricorda che suo padre Settino era un uomo molto severo ma allo stesso tempo dolce, un padre formidabile che pretendeva il massimo rispetto, ma dava tanto in cambio.

Era un contadino e amava tantissimo la sua terra; quando andava a zappare il tabacco sembrava che non sentisse la fatica, ci stava le giornate intere e, quando tornava a casa, sembrava più riposato di prima. Faceva anche lavori qua e là nei campi delle case vicine, visto che era l'unico a possedere un trattore.


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